Donald Trump durante un comizio

Post-verità, bufale e istruzione – parte prima

Questo è il primo di alcuni post sulla post-verità e la centralità dell’istruzione nella società dell’informazione. In questo primo post si parlerà del concetto di post-verità e si cercherà di contestualizzarlo. 

Il 2016 è stato l’anno in cui le bufale, ovvero le notizie inventate con cui chiunque (dotato di connessione internet) ha avuto a che fare, sono finite al centro del dibattito pubblico e messe sul banco degli imputati, principalmente per via della realizzazione, ritenuta altamente improbabile, di due eventi: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (ovvero la Brexit) e l’elezione del magnate Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Questa clima di proliferazione e centralità delle bufale è stato chiamato post-verità.

Cos’è la post-verità?

Il termine è diventato di larghissimo uso in Italia dopo che è stato eletto dal Oxford Dictionary parola dell’anno; proprio per la sua stretta connessione con il discorso politico, la definizione del dizionario (ripresa e correttamente tradotta in un ben documentato articolo sul sito dell’Accademia della Crusca) è

“Relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali”

Il termine post-verità (che in inglese ha principalmente un uso aggettivale: si parla infatti di post-truth politics post-truth age) non vuol dire quindi bufala, notizia falsa o fake news (come talvolta è usato) ma una situazione in cui la realtà dei fatti è meno importante delle convinzioni personali (qua trovate un buon esempio di questa dinamica). In un ambiente post-vero, ovvero nel momento in cui i fatti non sono centrali, le bufale proliferano come virus. Le bufale, infatti, sono notizie create apposta per circolare (dietro alla maggior parte delle bufale c’è infatti anche un bel giro di soldi), e che quindi hanno come caratteristiche principali quella di toccare l’emotività delle persone (non a caso sono spesso iperboliche) e quella di incontrare le convinzioni della maggior parte delle persone.

Nel momento in cui pensiamo alle bufale non possiamo non pensare ai social network: quanti articoli clickbait vediamo scorrere sulle nostre home dei social a cui siamo iscritti? Quanti titoli eclatanti che rimandano a finti siti giornalistici (o siti che fanno esplicitamente la parodia di siti giornalistici, come Lercio, ma non vengono interpretati come tali)? E quante volte ci accorgiamo che qualcuno ha condiviso, seriamente, una notizia senza alcuna fonte affidabile? Non si può negare che ci sia una stretta correlazione tra epoca della post-verità e social network, anzi, alcuni sostengono che dietro questa correlazione ci sia un vero e proprio rapporto di causa effetto. Innanzitutto perché ciò che viene pubblicato non deve passare le maglie di un controllo redazionale, umano, ma quello di algoritmi. Come evidenzia Luca De Biase, a differenza del mondo pre-digitale, quando la pubblicazione era un’operazione materialmente costosa, oggi la pubblicazione di un’informazione non ha costi e quindi si tende «a scrivere tutto e a selezionare l’informazione dopo che è già stata pubblicata». Il problema è che un social network, come Facebook, ha come principale obiettivo quello di creare relazioni tra utenti, ed è quindi meno interessato a selezionare le informazioni in base alla loro verificabilità: l’interesse principale è far incontrare ogni utente con le informazioni che a lui interessano e con le persone che condividono queste informazioni. E se normalmente già tendiamo ad acquisire con più facilità le opinioni che confermano i nostri pregiudizi (il cosiddetto confirmation bias, o bias di conferma), gli algoritmi di Facebook rendono più facile questo lavoro.

Si arriva così al secondo problema, evidenziato da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini nel libro Misinformation (qui un sunto), ovvero quello delle camere di risonanza (echo chambers): ogni utente ha una home di Facebook con una micro-opinione pubblica che, di fatto, fortifica la propria opinione; non solo, ogni utente a sua volta è un media e contribuisce a costruisce la camera di risonanza di qualcun altro, e così via.

In questa architettura, per gli autori del libro, è più facile irrigidire il proprio punto di vista ed è così più difficile dialogare con chi, a sua volta, ha un punto di vista irrigidito. In ciascuna di queste isole ogni bufala-virus prolifera, con la scarsa possibilità di incontrare la voce di un contraddittorio, e, quand’anche la incontri, con la grande probabilità che questa voce, a sua volta, venga considerata portatrice di informazioni false, perché in contraddizione con le convinzioni personali.

Tuttavia, c’è anche chi crede che in realtà non stiamo assistendo a un peggioramento della qualità dell’informazione, anzi, che l‘idea stessa di epoca della post-truth sia a sua volta una fake news (basata solo su convinzioni degli opinionisti e non verificata da dati). A tal proposito è interessante l’intervento di Mario Pireddu, sociologo della comunicazione. Innanzitutto, non è vero che gli utenti si informano solo nelle loro camere di risonanza, anzi, secondo uno studio, la frequenza dei block e dei filtri imposti manualmente dagli utenti dimostra come gli algoritmi non lavorino, evidentemente, tanto bene; poi, non è vero nemmeno che oggi l’informazione è peggiorata, piuttosto è aumentata la quantità di informazioni: e l’utente di un social network si informa mediamente di più di chi non sta sui social media, da fonti più differenziate. Insomma, per Pireddu, «quel che emerge dalle ricerche più recenti è l’aumentata disponibilità di tutte le informazioni e le argomentazioni di tutte le parti politiche». 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>