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Cosa ci insegna la guerra alla Crusca

Un paio di giorni fa ha fatto scalpore un parere, a firma del linguista Vittorio Coletti sul sito della Crusca, sull’uso transitivo di verbi come “sedere” e “uscire”. La Crusca ha dedicato molto spazio, già a partire dagli anni ’90, grazie alla rivista “La crusca per voi” e al lavoro del grande Giovanni Nencioni, al confronto con gli italofoni: richieste di pareri, presentazione di dubbi, consulenze, ecc.

Ma ogni tanto, soprattutto per colpa dei giornalisti, vengono totalmente travisate alcune considerazioni (che in ambito linguistico possono sembrare banali) e vengono traslate nel campo del giusto/sbagliato, uno schema interpretativo che ha ben poco di linguistico. Non voglio qua parlare di linguistica e della costruzione nello specifico, ma cercare di capire perché a una normale considerazione linguistica (da subito circoscritta nel registro informale) è seguita una rivolta generalizzata su media e social media. Procederò per punti.

1) Anche la lingua italiana è vittima della cannibalizzazione mediatica che si scatena non appena se ne presenti l’occasione. Un articolato parere sull’uso transitivo di “sedere”, sin dall’inizio relegato al campo della lingua informale, diventa nei titoli e negli articoli DA OGGI SI PUÒ DIRE “ESCI IL CANE”; LA SVOLTA DELLA CRUSCA: “ESCI IL CANE” È GIUSTO o APPROVATO “ESCI IL CANE” (concentrandosi peraltro su un altro verbo, presentato nella risposta di Coletti solo come esempio di struttura affine).

Insomma, l’Accademia della Crusca non viene trattata come se fosse un organo di osservazione, studio e supervisione della lingua italiana, ma come se fosse una Banca Centrale che ha deciso di alzare i tassi di interesse. L’unica cosa preoccupante è che gli stessi giornali che si profondono in lamentationes quotidiane contro la superficialità della gente comune, non più interessata a leggere i giornali, ad approfondire, ad apprezzare analisi che vadano oltre le due righe, poi sono i primi a sguazzare nella radicalizzazione delle posizioni su argomenti che, se proprio devono essere affrontati, meriterebbero maggiore discrezione e discernimento. Ma se ne accorge chiunque legga articoli di giornale che riguardano ambiti di propria competenza.

2) La violenza e l’eco mediatica diffusesi sui social network ci ricordano un’altra cosa: a scuola l’italiano viene insegnato mediamente in modo superficiale. Innanzitutto, la maggior parte delle persone ha un’idea della norma linguistica come di un qualcosa di intoccabile, che cala dall’alto, fisso, immutabile: c’è il giusto e lo sbagliato senza alcuna sfumatura in mezzo. Ecco, questa è un’ottima occasione per ricordare che un aspetto fondamentale della conoscenza della lingua è la conoscenza della varietà di registro: le regole non valgono per la lingua nel suo insieme, ma possono valere in un registro e non valere in un altro. Insegnare solo la norma linguistica “alta” (peraltro, per quanto riguarda l’italiano dei manuali, anche abbastanza vecchiotta e anacronistica) vuol dire insegnare solo una parte della lingua. Ma non solo: l’altro problema strutturale è che le norme che si stagliano imperiose, ponendo una barriera tra il giusto e lo sbagliato, sono le più facili da insegnare e da imparare (già solo il motivarle farebbe capire, allo studente, che le regole sono storicamente arbitrarie), a scapito di tutte quelle altre “norme” (abitudini? usi? soluzioni?) lessicali, sintattiche e testuali che invece non hanno assolutezza e richiedono di volta in volta riflessione. Credo che gran parte di questo radicalismo che nulla c’entra con la conoscenza linguistica si propaghi dal nostro sistema scolastico; tutto il sistema dovrebbe considerarlo un sintomo, dagli insegnanti ai piani alti del MIUR.

3) La lingua è un terreno di forte affermazione sociale e le regole linguistiche vengono percepite dai parlanti italiani come un Piave che protegge dall’imbarbarimento. Opporsi alla presunta “approvazione” di espressioni di uso comune viene inteso come un opporsi alla barbarie contemporanea. Non c’è spazio per chiedersi il perché, se l’espressione abbia efficacia o meno. No: le regole sono le regole. Questo crea anche nella lingua una pericolosa opposizione tra il corretto e lo scorretto, senza alcuna sfumatura in mezzo. Alzo il tiro: mi sembra un sintomo di una scarsa predisposizione ad ascoltare l’altro. È un peccato perché una comunità è arricchita e resa viva da tutte le sue varietà linguistiche, in basso e in alto; e il vero amante dell’italiano non può che ammirare, talvolta, un’espressione per quello che dice e per come lo dice, senza dover per forza applicare le categorie di giusto e sbagliato. Questo non vuol dire che tutto vada bene, precisiamolo, ma solo che l’efficacia di un’espressione dipende soprattutto dal contesto. Lasciamo perdere la visione bidimensionale della correttezza. Anche perché (e i puristi se ne faranno una ragione), l’errore è uno degli spazi creativi della lingua, e un buon errore potrebbe diventare la norma di domani.