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Di nuovo sulla decadenza della scuola

Spesso c’è venuto fatto di parlare del padrone che vi manovra. Di qualcuno che ha tagliato la scuola su misura vostra. Esiste? Sarà  un gruppetto di uomini intorno a un tavolo con in mano le fila di tutto: banche, industrie, partiti, stampa, mode? Noi non lo sappiamo. Sentiamo che a dirlo il nostro scritto prende un che di romanzesco. A non lo dire bisogna far gli ingenui. È come sostenere che tante rotelle si son messe insieme per caso. N’è venuto fuori un carro armato che fa la guerra da sé senza manovratore.

[Lettera a una professoressa, p. 71]

La violenza a cui è sottoposta la scuola è qualcosa di antico e costante e che, di fondo, si manifesta sempre con modalità simili. Ma chi esercita questa violenza? Innanzitutto chi vuole tenersi stretta una scuola reazionaria, elitista e aristocratica (oggi si dice meritocratica, ma io sono classicista ed etimologicamente gli aristoi quello erano, i più meritevoli secondo i canoni di una specifica società). Come viene esercitata questa violenza? In molti modi. Innanzitutto c’è l’aggressione diretta e reiterata della politica che si traduce, ad esempio, nel 3,8% del PIL in investimenti sull’educazione (a fronte di una media europea del 4,8) oppure in quella totale assenza di responsabilità che è il continuare a rimandare i concorsi e le assunzioni, mandando in cattedra ogni anno quasi centomila precari e supplenti. Tale violenza – di cui le principali vittime sono le migliaia di studenti e docenti che poi ogni giorno tengono in piedi la scuola – viene amplificata e sostenuta da sferzate massmediatiche (come quelle di questi giorni sui risultati delle prove INVALSI) che con cadenza regolare schioccano dalle colonne dei principali giornali da parte di un gruppo di intellettuali di varia estrazione che potremmo rinominare “amici della predella” .

Una violenza materiale (quella delle politiche economiche sulla scuola) e una violenza comunicativa (gli spazi lasciati sui giornali alle parole degli “amici della predella”): insieme nel placido sodalizio che divora pezzo dopo pezzo la scuola italiana. Più che sulla prima, vorrei focalizzarmi sulla seconda per capirne il successo, mostrarne la costruzione e disvelarne l’inconsistenza delle basi scientifiche.

Il pensiero degli “amici della predella” riscuote un discreto consenso, purtroppo non solo, come verrebbe da credere, tra quelli più lontani – anagraficamente e per tipologia di impiego – dal mondo della scuola. Queste opinioni offrono, d’altra parte, giustificazioni semplici, motivazioni immediate e un capro espiatorio ben identificabile (preferibilmente morto e quindi senza possibilità di appello, come fa notare amaramente Alberto Sobrero) quando qualcuno – sia l’INVALSI o l’OCSE-Pisa – ci dice che la situazione è drammatica.

Per questo motivo è interessante osservare, per quel che si può, le reazioni dei non addetti ai lavori. Ad esempio, più che il responso da nonno in ciabatte davanti al camino di Augias (su Repubblica del 13 luglio 2019), a me colpisce la domanda della lettrice, il tono, il modo di instaurare nei suoi periodi il confronto prima/ora, le parole che usa per descrivere entrambi. Vediamo.

Dunque, la signora Nicoletta scrive a Corrado Augias su Repubblica perché è molto amareggiata dai risultati del test INVALSI. Il motivo di un tale disastro, secondo la signora, è che non ci sono più maestre com’era la sua mamma. Proprio le caratteristiche di questa mamma maestra sono interessanti da mettere in evidenza:

1) pretesa del “lei” per abituare gli studenti all’uso del congiuntivo;

2) severa ma anche materna e compassionevole;

3) che preferiva un buon dettato al cineforum.

Ma più in generale – sottintende la signora – proprio l’educazione ricevuta dai suoi genitori è stata un vero antidoto all’ignoranza. In cosa è consistita questa educazione? «Sono stata cresciuta da genitori che mi correggevano quando sbagliavo, che mi hanno stimolato ad apprendere, a coltivare idee, a sviluppare sentimenti, capaci di dire dei no, dettare regole» e soprattutto «abituare alla disciplina».

La risposta di Augias ha il tenore dell’ eh signora mia quanto ha ragione e il succo del discorso è che i social network hanno trasformato le nuove generazioni di studenti in decerebrati digitali. Per sostenere la sua tesi Augias cita l’ultimo libro di Luca Serianni, L’italiano. Leggere, scrivere, digitare e qualche riga dall’introduzione di Giuseppe Antonelli al medesimo testo, dove in realtà il linguista constata semplicemente che la rivoluzione digitale, investendo l’idea stessa di testo (come aveva già scritto lucidamente e benissimo Massimo Palermo nel suo Italiano scritto 2.0), ha modificato il concetto stesso di lettura. Ma come lo ha modificato l’invenzione della stampa o, ancora prima, il passaggio dal rotolo al manoscritto (sempre Palermo oppure, interessantissimo, Marco Cursi, Le forme del libro. Dalla tavoletta cerata all’e-book) .

Perché mi sono presa la briga di analizzare lo scambio Nicoletta/Augias? Perché esemplifica magnificamente alcuni caratteri prototipici del discorso sulla decadenza della scuola. E cioè:

 1) l’idealizzazione del passato e la convinzione di un’età dell’oro della scuola italiana in cui le competenze di lettoscrittura e calcolo dei nostri studenti prendevano a calci pure quegli snobboni dei socialdemocratici del nord sempre in vetta alle classifiche dell’istruzione; questa età dell’oro si è realizzata, secondo questa lettura, in virtù degli altri due caratteri: 

a) Quello della disciplina impartita un tempo da docenti e famiglie (simbolicamente rappresentata, appunto, dalla predella) è un topos imperituro, come scrive Pietro Lucisano nell’introduzione al libro di Anna Salerni, La disciplina a scuola:

Dalle pagine dei quotidiani i commentatori si strappano le vesti, chiedono maggior rigore e accusano la scuola e gli insegnanti di essere essi stessi artefici colpevoli della situazione. In questo teatrino, in cui tutti saremmo bravissimi a educare i figli degli altri, salvo stendere un velo pietoso sui risultati che abbiamo ottenuto come genitori, molti cedono al rimpianto di come funzionavano le cose in passato, “ai tempi miei”.

 b) la didattica tradizionale, vale a dire mnemotecnica grammaticale, nozionismo, tassonomie vetuste, categorie storiche con un certo sentore di colonialismo;

 2) ça va sans dire la decadenza è stata originata da un complotto democratico guidato da Tullio De Mauro che oltre ad aver abolito la bocciatura ha sostituito il cineforum al dettato (in questo Galli della Loggia può fregiarsi di una pregevole operazione di infamia giornalistica e umana, cioè scrivere dopo neanche un mese dalla morte di De Mauro in un articolo vergognoso intitolato Il ribaltamento pedagogico che rovina la nostra lingua, queste parole: «[la ministra non sa che se] da due, tre decenni le competenze linguistiche dei giovani italiani si stanno avviando verso la balbuzie twittesca qualche responsabilità, e non proprio minima, ce l’ha avuta proprio anche Tullio De Mauro»);

 3) ora che è arrivata la rivoluzione digitale questa didattica lassista (e in generale la mancanza di polso dei genitori di oggi) ha manifestato tutta la sua debolezza e ci ha consegnato i risultati INVALSI.

Le stesse posizioni, variate un po’ nello stile, si ritrovano immutate in molti articoli sulla scuola usciti negli ultimi anni. Oltre al già citato pezzo di Galli della Loggia che vince a buon diritto il premio pessimo gusto e vigliaccheria, ci sono i numerosi interventi di Paola Mastrocola, oppure l’opera di decostruzione di Lorenzo Tomasin su Lettera a una professoressa, in cui ad esempio l’accademico riduce le denunce dei bambini di Barbiana a un complottismo paranoico che autorizza l’odio verso la professoressa la cui colpa «agli occhi dei ragazzi di Barbiana, è di essere la ligia e ben retribuita esecutrice di un complotto scientemente ordito dal Sistema». Come se le restanti pagine di dati messi insieme nella scuola di Barbiana non parlassero di una violenza della scuola ai danni dei figli dei contadini poveri, della loro sistematica esclusione dall’accesso alla conoscenza. A questa armata si aggiunge Silvia Ronchey, recentemente protagonista di un nuovo attacco all’educazione linguistica democratica e a De Mauro (anche se, come ha ben notato Sobrero, non ne fa mai il nome esplicito: vuoi per paura di un anatema, vuoi perché inconsciamente si rimuove qualcosa che fa paura); ma i punti, di nuovo, sono sempre gli stessi. Potrei continuare, ma quello che mi serviva trarre da queste opinioni l’ho già detto. Tutte insieme non fanno altro che replicare alcune narrazioni prototipiche.

In questo senso, la responsabilità dei giornali è enorme. Infatti, oltre che strepitanti e quasi mai argomentate, queste voci sono per lo più di intellettuali e accademici che non mettono piede in una scuola da quando si sono diplomati e che soprattutto, non essendo dei veri studiosi di storia della scuola, o di pedagogia, o di didattica, tentano di applicare alla scuola le categorie che usano per leggere altri mondi culturali, come l’accademia o l’editoria, finendo per immaginare una scuola con degli scopi forse diversi da quelli costituzionali: una scuola che sforna 7 milioni di intellettuali.

Con tutte queste persone, con Silvia ed Ernesto, Corrado e Nicoletta, Lorenzo, Paola e con tutti gli altri che ogni tanto sono tentati di iscriversi al “club della predella” vorrei fare un esercizio di immaginazione molto realistico, se avranno la pazienza di seguirmi.

Fenomenologia dell’insegnante da predella

Proviamo a immaginare allora che qualità debba avere il perfetto “insegnante da predella”. Poniamo che insegni – che ne so – italiano e latino. Il nostro sicuramente avrà alle spalle molti anni di servizio e sarà dunque ferratissimo nella materia: entrerà in classe senza libri, le date le avrà tutte in testa e in memoria un repertorio di citazioni in prosa e poesia che impressiona moltissimo i ragazzi (al confronto, io con le mie pile di libri, i quaderni pieni di schemi con le cose che mi devo ricordare e ricordare di dire sembro davvero Alice nel paese delle meraviglie: una sprovveduta dalle dimensioni variabili). L’insegnante da predella avrà quindi iniziato a insegnare in un’altra epoca (quando ancora, ad esempio, la predella c’era davvero e di barriere architettoniche non c’era da preoccuparsi), magari muovendo i primi passi in un collegio, o in una scuola maschile con logiche autoritario-repressive. E magari è rimasto lì, almeno con lo spirito. Dopo tanti anni di servizio, l’insegnante da predella avrà ceduto qualcosa del vigore con cui scudisciava un tempo, ma avrà guadagnato in autorità: è un’istituzione per generazioni di studenti, la sua parola e il suo giudizio rispetto a qualsiasi argomento sono Verbo. Non c’è nessuna possibilità, nessuna, che un tale insegnante apra una discussione su questioni didattiche con qualsivoglia docente (men che meno con una tipo me), perché da che mondo è mondo non si discutono le verità di fede. Le verità dell’insegnante da predella, in particolare, sono le seguenti: 1) la grammatica (italiana e latina) va imparata a memoria secondo definizioni obsolete e cavillose, anche quando linguisticamente errate (es: «il soggetto è colui che compie l’azione»; ma l’insegnante da predella non si aggiorna, quindi probabilmente non lo sa); 2) in generale tutto va imparato a memoria perché lo scopo della scuola è trasmettere nozioni e valutare impegno e disciplina; 3) scrivere bene vuol dire parlare anche di cose che non si sanno scrivendo per luoghi comuni purché l’ortografia sia corretta (e qui come non ricordare il tema della licenza media di Lettera a una professoressa, «Parlano le carrozze ferroviarie»?); 4) l’insegnamento è uguale per tutti, differenziare la didattica è sbagliato: se perdo tempo con chi non capisce sono i migliori a pagarne le spese. PEI? PDP? Solo sigle da burocrati. Disturbi Specifici dell’Apprendimento? Tutta un’invenzione per far studiare di meno i somari. BES linguistico? Qua siamo in Italia e si studia italiano: se non capisci quello che dico e che leggi non so che farti.

Purtroppo, per lo stesso motivo per cui certi editoriali vengono condivisi, è assai probabile che gli studenti, imbeccati anche dai genitori, accettino passivamente le affermazioni e la didattica di un simile docente: potrebbero addirittura ridere (istericamente) dell’essere interrogati in piedi davanti alla porta, godere masochisticamente delle umiliazioni, costretti a imparare a memoria senza capire, istigati alla competizione. Si potrebbero sentire fortunati, eroi di una qualche vessazione leggendaria.

 Non so se serve che lo dica. Probabilmente gli studenti di un simile insegnante non sapranno scrivere, pur conoscendo i nomi di tutti i complementi; non sapranno connettere concetti secondo principi basilari come prima/dopo e causa/effetto, pur essendo in grado di memorizzare quantità impressionanti di dati. Soprattutto, gli studenti dell’insegnante da predella avranno psicologie fragili (in proporzione diretta rispetto ai loro voti, verrebbe da osservare), soffriranno di disturbi d’ansia (sistematicamente screditati dal docente), avranno gravi problemi relazionali, ma ragazzi vedeste che disciplina avrebbero!

Visti gli esiti non proprio felici della didattica tradizionale, vista l’assenza negli editoriali della predella di un qualsiasi supporto o ragionamento scientifico sull’educazione scolastica, direi che dovremmo smetterla, ma davvero smetterla una volta per tutte, di alimentare i luoghi comuni che caratterizzano questo discorso reazionario sulla scuola.

Allora:

1) Non è mai esistita un’età dell’oro. Ammettiamo per un attimo che sia esistita: in che anni dovremmo collocarla? A rigor di logica, se la decadenza è cominciata alla fine degli anni ’60 allora possiamo pensare ai primi anni del decennio. Prendiamo allora i dati del 1961: ad avere la licenza media è meno del 10% circa della popolazione, quella superiore il 4,3% e  solo un 1,3% di fortunati ha la possibilità di laurearsi. Dieci anni dopo la situazione migliora di poco, e di pochissimo per i livelli più alti dell’istruzione (14,7%, 6,9%, 1,8%), con il tasso di analfabeti del 5,2%, vale a dire 2 milioni e mezzo di persone. Forse parlano degli anni ’80 allora, quando ancora le terribili riforme pedagogiche erano ancora in erba: 1 milione e 608 mila analfabeti (3,1%), 23% licenze medie, 11,5% diplomi di scuola superiore. Comunque la si veda si parla di trent’anni in cui quelli che andavano a scuola erano davvero pochi e in cui non si possiedono dati sulle competenze di questi pochi. Torniamo al discorso iniziale: cosa aveva di bello questa scuola che in tanti difendono e ricordano con nostalgia? Che era un privilegio. Solo questo.

 2) La classe docente italiana è vecchissima (il 57,2% dei docenti ha più di 50 anni: siamo il paese con i docenti più vecchi in Europa, dove la media è del 36%), scarsamente formata e/o aggiornata e molto poco consapevole di essere nel bel mezzo di una complotto cattocomunista (Sobrero in risposta alle allusioni di Ronchey) per smantellare le competenze scolastiche. Ad esempio, il documento alla base dell’idea demauriana di scuola, le Dieci tesi, sono – secondo una ricerca del GISCEL del 2014 – note a meno del 40% dei docenti intervistati. Mi sento quindi di rassicurare gli “amici della predella”: le classi italiane sono ancora piene di insegnanti da predella.

 3) Tenetevi i risultati dell’INVALSI, rivendicateveli: sono proprio i risultati di una didattica e di una forma scolastica che proviamo a cambiare da 40 anni, che non funzionava per Gianni di Lettera a una professoressa e che, chiaramente, non potete davvero credere che funzioni per 7 milioni e mezzo di nativi digitali.

CPV

Cosa ci insegna la guerra alla Crusca

Un paio di giorni fa ha fatto scalpore un parere, a firma del linguista Vittorio Coletti sul sito della Crusca, sull’uso transitivo di verbi come “sedere” e “uscire”. La Crusca ha dedicato molto spazio, già a partire dagli anni ’90, grazie alla rivista “La crusca per voi” e al lavoro del grande Giovanni Nencioni, al confronto con gli italofoni: richieste di pareri, presentazione di dubbi, consulenze, ecc.

Ma ogni tanto, soprattutto per colpa dei giornalisti, vengono totalmente travisate alcune considerazioni (che in ambito linguistico possono sembrare banali) e vengono traslate nel campo del giusto/sbagliato, uno schema interpretativo che ha ben poco di linguistico. Non voglio qua parlare di linguistica e della costruzione nello specifico, ma cercare di capire perché a una normale considerazione linguistica (da subito circoscritta nel registro informale) è seguita una rivolta generalizzata su media e social media. Procederò per punti.

1) Anche la lingua italiana è vittima della cannibalizzazione mediatica che si scatena non appena se ne presenti l’occasione. Un articolato parere sull’uso transitivo di “sedere”, sin dall’inizio relegato al campo della lingua informale, diventa nei titoli e negli articoli DA OGGI SI PUÒ DIRE “ESCI IL CANE”; LA SVOLTA DELLA CRUSCA: “ESCI IL CANE” È GIUSTO o APPROVATO “ESCI IL CANE” (concentrandosi peraltro su un altro verbo, presentato nella risposta di Coletti solo come esempio di struttura affine).

Insomma, l’Accademia della Crusca non viene trattata come se fosse un organo di osservazione, studio e supervisione della lingua italiana, ma come se fosse una Banca Centrale che ha deciso di alzare i tassi di interesse. L’unica cosa preoccupante è che gli stessi giornali che si profondono in lamentationes quotidiane contro la superficialità della gente comune, non più interessata a leggere i giornali, ad approfondire, ad apprezzare analisi che vadano oltre le due righe, poi sono i primi a sguazzare nella radicalizzazione delle posizioni su argomenti che, se proprio devono essere affrontati, meriterebbero maggiore discrezione e discernimento. Ma se ne accorge chiunque legga articoli di giornale che riguardano ambiti di propria competenza.

2) La violenza e l’eco mediatica diffusesi sui social network ci ricordano un’altra cosa: a scuola l’italiano viene insegnato mediamente in modo superficiale. Innanzitutto, la maggior parte delle persone ha un’idea della norma linguistica come di un qualcosa di intoccabile, che cala dall’alto, fisso, immutabile: c’è il giusto e lo sbagliato senza alcuna sfumatura in mezzo. Ecco, questa è un’ottima occasione per ricordare che un aspetto fondamentale della conoscenza della lingua è la conoscenza della varietà di registro: le regole non valgono per la lingua nel suo insieme, ma possono valere in un registro e non valere in un altro. Insegnare solo la norma linguistica “alta” (peraltro, per quanto riguarda l’italiano dei manuali, anche abbastanza vecchiotta e anacronistica) vuol dire insegnare solo una parte della lingua. Ma non solo: l’altro problema strutturale è che le norme che si stagliano imperiose, ponendo una barriera tra il giusto e lo sbagliato, sono le più facili da insegnare e da imparare (già solo il motivarle farebbe capire, allo studente, che le regole sono storicamente arbitrarie), a scapito di tutte quelle altre “norme” (abitudini? usi? soluzioni?) lessicali, sintattiche e testuali che invece non hanno assolutezza e richiedono di volta in volta riflessione. Credo che gran parte di questo radicalismo che nulla c’entra con la conoscenza linguistica si propaghi dal nostro sistema scolastico; tutto il sistema dovrebbe considerarlo un sintomo, dagli insegnanti ai piani alti del MIUR.

3) La lingua è un terreno di forte affermazione sociale e le regole linguistiche vengono percepite dai parlanti italiani come un Piave che protegge dall’imbarbarimento. Opporsi alla presunta “approvazione” di espressioni di uso comune viene inteso come un opporsi alla barbarie contemporanea. Non c’è spazio per chiedersi il perché, se l’espressione abbia efficacia o meno. No: le regole sono le regole. Questo crea anche nella lingua una pericolosa opposizione tra il corretto e lo scorretto, senza alcuna sfumatura in mezzo. Alzo il tiro: mi sembra un sintomo di una scarsa predisposizione ad ascoltare l’altro. È un peccato perché una comunità è arricchita e resa viva da tutte le sue varietà linguistiche, in basso e in alto; e il vero amante dell’italiano non può che ammirare, talvolta, un’espressione per quello che dice e per come lo dice, senza dover per forza applicare le categorie di giusto e sbagliato. Questo non vuol dire che tutto vada bene, precisiamolo, ma solo che l’efficacia di un’espressione dipende soprattutto dal contesto. Lasciamo perdere la visione bidimensionale della correttezza. Anche perché (e i puristi se ne faranno una ragione), l’errore è uno degli spazi creativi della lingua, e un buon errore potrebbe diventare la norma di domani.

Studente annoiato durante l'esame di maturità

Nuova Maturità 2019 – Doppia materia nella seconda prova

Oggi è stato annunciato dal ministro Bussetti che nella Maturità 2019 la seconda prova sarà composta da due materie caratterizzanti e che questo varrà per tutti gli indirizzi scolastici. Il decreto ministeriale uscito oggi lo trovate qua.

Ci saranno quindi latino-greco per il classico, matematica-fisica per lo scientifico, ma non solo: gli istituti tecnici per il turismo avranno “discipline turistiche e aziendali” e “inglese” ; il liceo delle scienze umane avrà “scienze umane” e “diritto ed economia politica”; gli istituti tecnici con indirizzo informatica avranno “informatica” e “sistemi e reti”; mentre l’istituto professionale per i servizi di enogastronomia avrà “scienze degli alimenti” e “laboratorio di servizi enogastronomici”. La lista completa potete trovarla qua.

A compensare il maggior carico di studio in vista della seconda prova, Bussetti ha anche promesso che le prove saranno “più semplici” rispetto agli anni passati.

Un’altra novità molto importante (visto che per questa maturità mancavano modelli di prove con cui esercitarsi) è l’introduzione di simulazioni nazionali dell’esame organizzate dal MIUR. Queste le date:

Prima prova scritta: 19 febbraio e 26 marzo
Seconda prova scritta: 28 febbraio e 2 aprile

Infine, indicazioni anche sull’orale: le commissioni  prepareranno come ogni anno i materiali di partenza e di spunto, tenendo conto del percorso reale svolto dagli studenti e descritto nel documento che i consigli di classe consegnano il 15 maggio e, il giorno della prova, saranno gli stessi studenti a sorteggiare i materiali sulla base dei quali sarà condotto il colloquio.

Nuove prove di maturità

Seconda prova della maturità 2017/2018

Ieri sono state comunicate le materie della seconda prova per la maturità 2017/2018, l’ultima maturità che prevede l’attuale svolgimento (dal 2018/2019 infatti cambierà, come abbiamo scritto qua).

Non ci sono state particolari sorprese: per il liceo classico ci sarà la prova di greco, in un’alternanza ormai consolidata con il latino, mentre per lo scientifico la prova sarà di matematica, come è sempre avvenuto (per il liceo scientifico tradizionale non è mai uscita la prova di fisica). Sempre nell’ambito dei licei ci sarà scienze umane per il Liceo delle Scienze umane, discipline artistiche e progettuali  per il Liceo artistico, teoria, analisi e composizione per il Liceo musicale e tecniche della danza  per Liceo coreutico.

Per quanto riguarda gli istituti professionali e gli istituti tecnici, la seconda prova varia a seconda dell’indirizzo. Per quanto riguarda gli istituti professionali, scienza e cultura dell’alimentazione sarà la seconda prova dell’indirizzo Servizi enogastronomia e ospitalità alberghiera, con diritto e tecniche amministrative della struttura ricettiva per l’articolazione Accoglienza turistica; tecniche professionali dei servizi commerciali per l’indirizzo Servizi commerciali; tecnica di produzione e di organizzazione per l’articolazione Industria dell’indirizzo Produzioni industriali e artigianali e progettazione e realizzazione del prodotto per l’articolazione Artigianato; tecnologie e tecniche di installazione e manutenzione per l’indirizzo Manutenzione e Assistenza tecnica.

Per quanto riguarda invece gli istituti tecnici, come seconda prova ci  sarà economia aziendale per l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing; lingua inglese nell’articolazione Relazioni internazionali per il marketing e nell’indirizzo Turismo; estimo nell’indirizzo Costruzioni, Ambiente e Territorio; meccanica, macchine ed energia per l’indirizzo Meccanica, Meccatronica ed Energia; sistemi e reti per l’indirizzo Informatica e telecomunicazioni; progettazione multimediale per l’indirizzo Grafica e comunicazione; economia, estimo, marketing e legislazione per l’indirizzo Agrario.

Insieme alle indicazioni è arrivato l’in bocca al lupo della ministra Fedeli, che ha invitato gli studenti a continuare “a consolidare la preparazione, ad arricchire le conoscenze e competenze”, non solo per la Maturità ma “come bagaglio da portare lungo tutto l’arco della vita”.

Potete trovare l’elenco completo per ogni articolazione e per ogni progetto sul sito del MIUR: qua  per i licei, qua  per gli istituti professionali e qua per gli istituti tecnici.

Luca Serianni presenta il documento per la prima prova dell'esame di terza media

Nuovo esame di scuola media – la prova di italiano

Il 16 gennaio la ministra Valeria  Fedeli e il linguista Luca  Serianni hanno presentato il “Documento di orientamento per la redazione della prova d’italiano nell’Esame di Stato conclusivo del primo ciclo” (lo trovate qua), un documento che va inteso (come è chiaro dal titolo) come un  quadro di riferimento per la preparazione della prima prova, che sarà a cura delle commissioni d’esame.

Innanzitutto consiglio di leggerlo a chiunque sia interessato alla didattica e alla lingua italiana, e non solo ai docenti delle scuole medie, perché non contiene solo linee guida per la preparazione della prova, ma anche indicazioni e spunti sull’insegnamento dell’italiano in generale. Ad esempio, già nelle premesse troviamo un invito a far svolgere, durante tutto il percorso scolastico, il riassunto, esercizio che “presenta alcuni requisiti formativi [...] di grande importanza: verifica la comprensione di un testo dato e la capacità di gerarchizzarne i contenuti [...]; abitua, con la pratica della riformulazione, all’uso di un lessico adeguato; [...] propone ad alunne e alunni testi di natura e destinazione diverse,  mostrando loro attraverso il contatto diretto il variare della lingua a seconda della specifica tipologia testuale”.

Spostandoci nel merito della prova, vengono indicate quattro tipologie di prova: una narrativo-descrittiva, una argomentativa, una di sintesi e riformulazione e un’altra che prevede la combinazione delle precedenti tipologie. Per ognuna delle tipologie vengono indicati il percorso da seguire durante il triennio in relazione alla singola tipologia, l’utilità ( in ottica di didattica dell’italiano) e le possibili modalità di svolgimento, corredate da esempi.

Tipologia A: testo narrativo e descrittivo

La tipologia A comprende due tipi di testo diversi, trattati separatamente. Il testo narrativo andrà trattato lungo il triennio tramite la lettura di racconti (e altri generi letterari), la verifica della comprensione, la sintesi e la riscrittura in base al cambiamento di alcune variabili (posizione del narratore, inserimento di nuovi personaggi, ecc.); si invita inoltre, nell’analisi del testo,  a “evitare il ricorso a una tassonomia eccessivamente analitica che rischia di soffocare il piacere della lettura”. La prova dovrà prevedere un breve testo letterario, che funzioni da spunto per lo svolgimento e della prova, e precise indicazioni sul contesto, sull’argomento, sullo scopo e sul destinatario del testo. Viene precisato, ad anticipare chi grida alla limitazione della libertà d’espressione, che le indicazioni vanno intese come “strumenti che, insieme alla correttezza linguistica, aiutino ad indirizzare la creatività delle alunne e degli alunni verso una migliore e più efficace forma espressiva”.

Il testo descrittivo, invece, aiuta a sviluppare l’osservazione, la memoria e l’immaginazione, oltre a educare all’uso di un lessico preciso. Per sviluppare queste competenze si invitano i docenti a usare anche mezzi non linguistici, come ad esempio le sequenze cinematografiche, per mostrare le differenze tra le diverse inquadrature. Per potenziare le abilità di scrittura in relazione a questa tipologia vengono consigliati esercizi sull’uso dei tempi verbali e dei riferimenti spaziali, ed esercizi per l’accrescimento del vocabolario di base e sulle caratteristiche delle parole (concrete, astratte; rapporti di sinonimia, ecc.). Anche in questo caso, per preparare la prova, si consiglia di dare precise indicazioni sul contesto, sull’argomento, sul destinatario e sulla funzione della descrizione (informativa, espressiva, persuasiva).

Tipologia B: testo argomentativo

Nel documento si parte da un importante presupposto: argomentare è un atto linguistico primario, al pari del narrare. Cerchiamo di convincere qualcuno di qualcosa sin da bambini: alla scuola va il compito di insegnarci a maneggiare forme più articolate di argomentazione. Per questo la didattica dovrebbe essere orientata in modo che lo studente sia in grado di comporre testi orali e scritti, che “risultino ben strutturati e reggano al confronto con altri interlocutori e con altri testi”, con un lessico appropriato e seguendo un filo logico coerente ed esplicito.

Al di là dei consigli per le possibili tracce d’esame, lungo tutto il percorso scolastico bisognerebbe educare a tale funzione linguistica: presentare situazioni concrete (ad esempio, un dialogo tra due interlocutori con posizioni diverse, o la redazione di un verbale di una discussione che debba portare a una decisioni) e portare lo studente a confrontarsi con tesi diverse (ad esempio, lo sviluppo di una tesi contraria a una già presentata, o la riscrittura di un testo argomentativo, sostenendo la tesi contraria rispetto a quella del testo).

Tipologia C: comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico, anche attraverso richieste di formulazione

Come già anticipato nelle premesse, il gruppo di lavoro di Luca Serianni sostiene l’importanza della riscrittura e della sintesi, attività propedeutiche all’affinamento di tanti altri tipi di scrittura. Il riassunto, oltre a insegnare a scrivere (perché porta a confrontarsi con scrittori esperti), insegna a leggere e capire, vincolando lo studente alla selezione delle informazioni più importanti e alla loro gerarchizzazione. Oltre alla riscrittura con selezione delle informazioni e la riscrittura riassuntiva, la gamma di possibili esercizi prevede anche esercizi di riscrittura di natura diversa, come ad esempio la riscrittura parafrastica di un testo poetico per allargamento.

Prova strutturata in più parti, riferibili alle tipologie a), b), c)

Poco spazio si è dedicato nei commenti all’ultima indicazione del documento, che prevede la possibilità di comporre la prova (e quindi anche le esercitazioni lungo il percorso scolastico) con esercizi e testi riferibili alle tipologie già viste. In una prova di questo tipo vengono verificate (ed esercitate) tutte le competenze necessarie alla gestione di un testo, come la lettura e la comprensione, la gerarchizzazione delle informazioni, la padronanza del lessico e la capacità di realizzare un testo in relazione  a un genere testuale, una situazione, un argomento e uno scopo. In questa prova troveremo sia esercizi con  consegne stringenti (ad esempio, domande sulla comprensione) sia esercizi in cui viene lasciata allo studente la possibilità della produzione libera di un testo (da confrontare comunque con la situazione e lo scopo indicati nella consegna).

È evidente che il documento accoglie le metodologie più moderne nell’ambito della didattica dell’italiano e della scrittura. Queste linee guida non limitano la libertà di espressione dei ragazzi, come qualcuno ha detto, ma la indirizzano entro paletti ben precisi, linguisticamente funzionali. Quelli che possono essere percepiti come vincoli o limitazioni servono al contrario a rendere più efficace la propria scrittura e a far confrontare gli alunni con tipologie di testo che attualmente sono poco presenti nella scuola ma che saranno presenti lungo tutta la propria vita.

Computer collegato al sito di Laudes con una libreria sullo sfondo

Studiare a Laudes – Lettera di una mamma

Generalmente, delle lettere di ringraziamento che ci mandano studenti e famiglie, pubblichiamo solo qualche breve frase nella sezione “Dicono di noi” (potete vederle qua). In questo caso però le parole sono talmente belle e la lettera restituisce in maniera così piena quello che ogni giorno ci impegniamo a fare con Laudes che sarebbe un peccato non pubblicarla per intero.

Mio figlio ha frequentato nell’anno 2016-17 il I liceo linguistico riscontrando molte difficoltà. Faceva già ripetizioni di matematica da alcuni anni ma con scarsi risultati. Alla fine del primo quadrimestre aveva diverse insufficienze ed era molto scoraggiato. Avevo sentito parlare molto bene dell’Associazione Laudes e così ci siamo rivolti a loro.

Dal primo momento ho riscontrato da parte di tutti i ragazzi che vi lavorano una grande disponibilità e gentilezza e, soprattutto, un forte desiderio di conoscere e capire il ragazzo aiutandolo con un approccio “olistico” e adatto alla sua personalità.

Da subito, è stato chiaro che il loro obiettivo non era semplicemente quello di portare il ragazzo ad assimilare delle nozioni ma anche a cambiare atteggiamento nei confronti della scuola, ad imparare a studiare e ad esprimersi adeguatamente, superando le proprie insicurezze. I ragazzi di Laudes hanno adottato un approccio individuale, su misura per mio figlio, per il suo carattere e per le sue esigenze, piuttosto che uno stile standardizzato da applicare a tutti nello stesso modo.

Inoltre, ho trovato molto positivo il fatto di andare a studiare in un ambiente diverso da casa, in compagnia di altri ragazzi e con insegnanti giovani e dinamici, in una “mini-scuola”, dove, in un unico luogo, si può ricevere sostegno per qualsiasi materia, a seconda delle esigenze del momento. Credo che tutto ciò sia benefico ai fini di instaurare un’atmosfera meno “punitiva” e molto più stimolante rispetto a quella che si crea quando un insegnante viene a domicilio.

I ragazzi di Laudes hanno aiutato mio figlio a fare un cammino di recupero oltre ogni aspettativa. È arrivato lì a febbraio con 6 insufficienze ed è riuscito a recuperare 4 materie a giugno e 2 a settembre. Inoltre, credo che abbia imparato anche ad affrontare la scuola con un atteggiamento diverso e a credere di più nelle proprie capacità e, nonostante abbia dovuto lavorare tanto, è sempre andato a fare lezione volentieri, mentre viveva le ripetizioni a casa come un incubo. Infatti, ha costruito con i suoi insegnanti un rapporto positivo, ha trovato incoraggiamento e modelli positivi da seguire, bravi docenti ma allo stesso tempo ragazzi stimolanti con cui relazionarsi che non lo hanno mai mortificato davanti alle sue difficoltà come in passato altri avevano fatto.

Voglio ringraziare in particolare Fabio, Michelangelo ed Elena!

Con sincera stima e gratitudine,

V.