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Studenti corrono verso la scuola

Equità nell’istruzione: il rapporto OCSE-PISA 2018

È uscito qualche giorno fa il rapporto “Equity in education” dell’OCSE-PISA (il programma internazionale di valutazione dell’istruzione): lo trovate per intero qua, mentre qua trovate la presentazione dei risultati fatta dal direttore del PISA, Andreas Schleicher. I risultati non sono inaspettati e dicono quello che già in molti immaginavamo: l’apprendimento scolastico e i risultati successivi alla scuola dell’obbligo sono fortemente correlati al contesto socio-economico di provenienza dello studente.

Il rapporto è molto lungo e dettagliato, vi riportiamo alcuni dei dati che reputiamo più interessanti per la situazione che ci riguarda, ovvero quella italiana. Partiamo da alcuni dati relativi all’apprendimento: secondo le misurazioni PISA ci sono 76 punti di differenza nelle competenze scientifiche tra due 15enni delle rispettive classi socio-economiche (avvantaggiati e svantaggiati): 30 punti di competenza equivalgono circa a un anno di studi, questo vuol dire che tra i due ipotetici studenti è come se ci fossero due anni e mezzo di differenza negli studi. La differenza aumenta esponenzialmente (150 punti, ovvero l’equivalente di 5 anni di studi) se prendiamo come riferimento la media delle competenze del 25% degli studenti più bravi in Italia e la media del 25% degli studenti più svantaggiati. Di fatto, in Italia, solo il 12% degli studenti provenienti da famiglie in condizioni socio-economiche considerate nell’indagine più svantaggiate rientrano nel 25% degli studenti universitari con i risultati migliori (in pratica 1 studente su 10); mentre solo il 20% raggiunge le core-skills (ovvero le abilità che l’OCSE reputa sufficienti) nelle materie scientifiche, nella matematica e nella lettura (1 studente su 5).

Secondo il responsabile Andreas Schleicher, il successo di questa piccola porzione di studenti è da cercare soprattutto nell’assiduità della frequenza scolastica e nella scelta di scuole ben organizzate (soprattutto licei). Proprio la scelta delle scuole secondarie è alla base di un altro dato preoccupante: il 50% degli studenti svantaggiati frequenta scuole che secondo i parametri PISA si collocano nel 25% inferiore delle graduatorie, mentre solo il 6% frequenta gli istituti più prestigiosi: quella che di fatto avviene è una segregazione, segregazione che non favorisce né gli studenti svantaggiati né quelli più benestanti (come dimostra un’altra ricerca sempre del PISA, in cui si evidenzia come la compresenza in classe di alunni di classi socio-economiche diverse migliori la qualità dell’apprendimento per entrambe le categorie).

Un altro elemento che il sistema scolastico dovrebbe scardinare è la correlazione tra gli studi dei genitori e il successo scolastico dei figli: in Italia completa l’università solo il 9% degli studenti che hanno entrambi i genitori senza maturità, dato che si alza (pur rimanendo basso) al 20% quando uno dei due genitori ha completato gli studi superiori. Il fattore famigliare è un altro elemento importante, se pensiamo che solo il 19% degli studenti con genitori senza maturità è riuscito a completare gli studi superiori. Al contrario, gli studenti con almeno un genitore laureato che completano l’università sono l’87%.

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Fermo restando che l’obiettivo di ogni stato, di ogni amministrazione dovrebbe essere quello di rimuovere le disuguaglianze socio-economiche, noi che ci occupiamo di istruzione pensiamo che intanto sarebbe opportuno puntare su uno degli elementi della nostra società che più consente la mobilità sociale: la scuola. L’equità, come riporta anche il responsabile dell’indagine Andreas Schleicher, non è far raggiungere gli stessi risultati a tutti gli studenti, ma dare le stesse possibilità d’apprendimento a tutti gli studenti. Uno dei principali compiti di un sistema scolastico dovrebbe essere quindi quello di rafforzare le politiche per ridurre sempre di più la correlazione tra il successo scolastico e una situazione socio-economica svantaggiata .

 

ragazzi con smartphone in classe

Nativi analfabeti

 

I giovani non sanno scrivere, non leggono, non comprendono… Quanti editoriali sul tema, quante volte lo leggiamo sui social network, scritto da qualche nostro contatto, quante volte volte lo pensiamo noi insegnanti, scoraggiati da errori grossolani, da un’evidente fatica nell’espressione di un pensiero o nel mascherare l’assenza di un pensiero. È una reazione comune; l’importante è che rimanga confinata nella categoria “giudizi di pancia”, quelli che ti fanno esclamare “Eddai! Come si fa?”, quando correggi l’ennesimo riassunto in cui non è stato compreso il senso di un testo, anche banale. Ma appunto, l’insegnante deve andare oltre il giudizio di pancia, oltre il pessimistico O tempora o mores. Ce lo ricordava il professor Luca Serianni l’anno scorso, durante la sua lectio magistralis per l’ultimo anno di insegnamento, che “chi sceglie di fare l’insegnante non può permettersi il lusso di essere pessimista, perché ogni allievo è una risorsa preziosa”.

Come generalmente accade, nelle critiche generazionali che vengono rivolte ai giovani, la colpa è sempre di qualcosa che distrae dalle cose che contano, come la lettura: la musica pop, la televisione, i videogiochi e oggi, su tutto, gli smartphone. “Sempre attaccato a quel coso”, “Sempre a fare video/fare foto/chattare”; l’alternativa sarebbe leggere “un buon libro” (anche qua, ci sarebbe da discutere sui libri come entità che automaticamente elevano la mente, a prescindere dal loro contenuto).

Scuola simpson cellulari in classe

Ora, sicuramente rispetto ad altri momenti della seconda metà del ’900 (non spingendoci oltre coi paragoni), il “libro”, inteso come oggetto di fruizione di contenuti (narrativi, informativi, argomentativi), è messo in minoranza da altri mezzi e formati, come serie tv, videogiochi e social network; tuttavia, non abbiamo grandi notizie su età dell’oro in cui la maggior parte dei giovani leggeva, anziché fare qualsiasi altra cosa considerata più divertente (leggere fumetti, guardare la tv, giocare o uscire con gli amici, ecc.). Leggere non è mai stata tra le attività preferite della maggior parte dei ragazzi.

È un’attività faticosa di per sé, che soprattutto nella giovinezza richiede impegno e motivazione, e non potranno mai bastare argomentazioni anche valide sulla superiorità del libro e del testo lungo né, a maggior ragione, obblighi (chiedetevi, voi lettori, se la vostra passione per la lettura derivi da una costrizione o da ragioni personali, spesso incomprensibili). A questo fattore, dobbiamo aggiungerne altri con cui gli insegnati di oggi devono per forza di cose confrontarsi: 1) i ragazzi d’oggi in realtà già leggono tantissimo, molto più delle precedenti generazioni: solo che non leggono i testi che intendiamo noi, ma messaggi su Whatsapp, didascalie di foto a Instagram, hashtag, meme, ovvero testi brevi, frammentari, con pochi legami logici espliciti; 2) sono abituati a una lettura pervasiva e non isolata da altre attività, non condotta in alcuni momenti specifici della giornata (mettersi a letto a leggere), al contrario leggono in contesti in cui la lettura si fa parallelamente ad altro (mentre si guarda la tv, mentre si sta con gli amici, mentre si sta a scuola o a lezione); 3) questa lettura di superficie si alterna velocemente, sullo stesso mezzo (principalmente lo smartphone), sulla stessa applicazione (social network), alla fruizione di contenuti formalmente diversi, come immagini, video, audio.

Vignetta sugli smartphone

La lettura è quindi un’attività già conosciuta, padroneggiata, ma condotta con frame cognitivi che poi, per forza di cose, vengono estesi anche alla fruizione di testi di natura diversa (un manuale scolastico, un articolo di giornale, ecc.). Il risultato frustrante è che quei frame, di lettura veloce e a salti, non funzionano su testi lineari e complessi, che richiedono, al contrario, una lettura intensiva e focalizzata unicamente sul testo e sulla sua interpretazione. Non funzionano perché sono testi completamente diversi, che basano la loro struttura e il loro valore semantico sulle strutture tradizionali della lingua (lessico, sintassi e testualità) e molto meno sull’implicito, sulla dialogicità, sulle immagini e sull’insieme di conoscenze condivise, tipiche dei testi di cui normalmente i ragazzi hanno esperienza.

Questa totale diversità di approccio alla lettura e esperienza dei testi è all’origine di molte difficoltà didattiche odierne, a partire naturalmente dalla lettura di libri e dei manuali scolastici, considerati troppo difficili e quindi inutilizzabili, o ormai ridotti, per le dette difficoltà, a testi superficiali compensati da apparati paratestuali ipertrofici e banalizzanti, che forse aiutano lo studente a superare un’interrogazione e a rispettare i programmi ministeriali, ma di certo non lo aiutano a confrontarsi con tipi di testo diversi e con la lettura intensiva.

È dalla consapevolezza della diversità, radicale, tra il mondo scritto in cui sono cresciuti gli insegnanti e quello in cui stanno crescendo i discenti, che bisogna partire, per rendere efficace l’insegnamento: magari dedicando un po’ più di tempo alla lettura di testi non letterari, al confronto tra i tipi di testo ai quali loro sono abituati e quelli che conosciamo noi, al confronto tra i registri e le possibilità espressive dei registri. Siamo solo all’inizio, siamo la prima generazione di insegnanti a confrontarsi con questi aspetti, e forse saremo l’unica a farlo in un contesto così problematico: ma proprio questo ci obbliga a uno sforzo di comprensione che vada oltre la demonizzazione dei giovani e dell’evoluzione tecnologica.

 

Professor Leaning Head On Blackboard

Quando il bullismo è contro i prof

Risultati immagini per Insegnante

Anche oggi i giornali danno notizia di un professore picchiato a scuola, secondo un copione a cui ormai stiamo gravemente facendo l’abitudine: studente rimproverato, sgridato o che ha preso un brutto voto, genitore che picchia il professore. Questa volta il genitore si è pentito, la ragazza ha detto una bugia; insomma, ci sono come sempre circostanze da valutare che però, ora, non ci interessano: ciò che interessa è che questi episodi, in cui gli insegnanti vengono picchiati da genitori o da studenti, si ripetono con una frequenza allarmante. Solo negli ultimi giorni, un professore è stato picchiato in classe da uno studente in provincia di Verona e una professoressa è stata legata, picchiata e ripresa con un cellulare ad Alessandria.

Si rischia troppo spesso di cadere nella tentazione, soprattutto quando a comportarsi male sono gli studenti, del “O tempora o mores!“, del luogo comune per cui oggi i giovani sarebbero superficiali e non avrebbero più alcun rispetto per gli adulti. Niente di più sbagliato: è sempre stato così. Il ruolo della scuola e degli insegnanti è proprio quello di agire sui mores, sui comportamenti; per farlo, però, è necessario avere le spalle coperte, dal punto di vista politico, e un ruolo riconosciuto all’interno della comunità. Oggi mancano entrambi gli elementi.

Stiamo raccogliendo i frutti di una svalutazione dell’istituzione scolastica operata da tutte le forze politiche che si sono alternate al governo negli ultimi anni: una scuola che per essere considerata “valida” e “utile” è stata affiancata al mondo del lavoro, anche esplicitamente con l’alternanza scuola-lavoro, come se il suo ruolo da sé non bastasse, come se avesse senso solo in un’ottica di “preparazione di lavoratori”. Si capisce bene come, al di là della variabile capacità individuale di gestione di una classe e dei rapporti interpersonali con i genitori, in generale il ruolo del docente venga indebolito, quando alla scuola viene negata una propria ragione d’essere indipendente dal contesto lavorativo.

Non solo. La scuola è stata aziendalizzata, molti professori sono precari e il loro futuro dipende dalle decisioni del dirigente scolastico, ormai diventato capo: un professore precario, magari un supplente, che non sa nemmeno dove starà l’anno successivo, quale forza può avere di fronte a critiche di studenti e genitori? Come può agire, imporsi sui comportamenti, se rischia di essere il primo a saltare nel caso di contrasti? Un professore così debole non può operare in maniera corretta in un contesto critico come quello dell’istruzione degli adolescenti.

La frequenza di questi episodi è preoccupante, ma ancor più preoccupante è l’assoluto silenzio politico su questi continui episodi che evidenziano quanto sia stato indebolito il ruolo dell’insegnante. La classe politica di un sistema democratico deve assumersi l’impegno di ridare forza all’istituzione scolastica in sé, come fulcro e pietra miliare della formazione dei cittadini: non c’è altra soluzione.

 

Luca Serianni presenta il documento per la prima prova dell'esame di terza media

Nuovo esame di scuola media – la prova di italiano

Il 16 gennaio la ministra Valeria  Fedeli e il linguista Luca  Serianni hanno presentato il “Documento di orientamento per la redazione della prova d’italiano nell’Esame di Stato conclusivo del primo ciclo” (lo trovate qua), un documento che va inteso (come è chiaro dal titolo) come un  quadro di riferimento per la preparazione della prima prova, che sarà a cura delle commissioni d’esame.

Innanzitutto consiglio di leggerlo a chiunque sia interessato alla didattica e alla lingua italiana, e non solo ai docenti delle scuole medie, perché non contiene solo linee guida per la preparazione della prova, ma anche indicazioni e spunti sull’insegnamento dell’italiano in generale. Ad esempio, già nelle premesse troviamo un invito a far svolgere, durante tutto il percorso scolastico, il riassunto, esercizio che “presenta alcuni requisiti formativi [...] di grande importanza: verifica la comprensione di un testo dato e la capacità di gerarchizzarne i contenuti [...]; abitua, con la pratica della riformulazione, all’uso di un lessico adeguato; [...] propone ad alunne e alunni testi di natura e destinazione diverse,  mostrando loro attraverso il contatto diretto il variare della lingua a seconda della specifica tipologia testuale”.

Spostandoci nel merito della prova, vengono indicate quattro tipologie di prova: una narrativo-descrittiva, una argomentativa, una di sintesi e riformulazione e un’altra che prevede la combinazione delle precedenti tipologie. Per ognuna delle tipologie vengono indicati il percorso da seguire durante il triennio in relazione alla singola tipologia, l’utilità ( in ottica di didattica dell’italiano) e le possibili modalità di svolgimento, corredate da esempi.

Tipologia A: testo narrativo e descrittivo

La tipologia A comprende due tipi di testo diversi, trattati separatamente. Il testo narrativo andrà trattato lungo il triennio tramite la lettura di racconti (e altri generi letterari), la verifica della comprensione, la sintesi e la riscrittura in base al cambiamento di alcune variabili (posizione del narratore, inserimento di nuovi personaggi, ecc.); si invita inoltre, nell’analisi del testo,  a “evitare il ricorso a una tassonomia eccessivamente analitica che rischia di soffocare il piacere della lettura”. La prova dovrà prevedere un breve testo letterario, che funzioni da spunto per lo svolgimento e della prova, e precise indicazioni sul contesto, sull’argomento, sullo scopo e sul destinatario del testo. Viene precisato, ad anticipare chi grida alla limitazione della libertà d’espressione, che le indicazioni vanno intese come “strumenti che, insieme alla correttezza linguistica, aiutino ad indirizzare la creatività delle alunne e degli alunni verso una migliore e più efficace forma espressiva”.

Il testo descrittivo, invece, aiuta a sviluppare l’osservazione, la memoria e l’immaginazione, oltre a educare all’uso di un lessico preciso. Per sviluppare queste competenze si invitano i docenti a usare anche mezzi non linguistici, come ad esempio le sequenze cinematografiche, per mostrare le differenze tra le diverse inquadrature. Per potenziare le abilità di scrittura in relazione a questa tipologia vengono consigliati esercizi sull’uso dei tempi verbali e dei riferimenti spaziali, ed esercizi per l’accrescimento del vocabolario di base e sulle caratteristiche delle parole (concrete, astratte; rapporti di sinonimia, ecc.). Anche in questo caso, per preparare la prova, si consiglia di dare precise indicazioni sul contesto, sull’argomento, sul destinatario e sulla funzione della descrizione (informativa, espressiva, persuasiva).

Tipologia B: testo argomentativo

Nel documento si parte da un importante presupposto: argomentare è un atto linguistico primario, al pari del narrare. Cerchiamo di convincere qualcuno di qualcosa sin da bambini: alla scuola va il compito di insegnarci a maneggiare forme più articolate di argomentazione. Per questo la didattica dovrebbe essere orientata in modo che lo studente sia in grado di comporre testi orali e scritti, che “risultino ben strutturati e reggano al confronto con altri interlocutori e con altri testi”, con un lessico appropriato e seguendo un filo logico coerente ed esplicito.

Al di là dei consigli per le possibili tracce d’esame, lungo tutto il percorso scolastico bisognerebbe educare a tale funzione linguistica: presentare situazioni concrete (ad esempio, un dialogo tra due interlocutori con posizioni diverse, o la redazione di un verbale di una discussione che debba portare a una decisioni) e portare lo studente a confrontarsi con tesi diverse (ad esempio, lo sviluppo di una tesi contraria a una già presentata, o la riscrittura di un testo argomentativo, sostenendo la tesi contraria rispetto a quella del testo).

Tipologia C: comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico, anche attraverso richieste di formulazione

Come già anticipato nelle premesse, il gruppo di lavoro di Luca Serianni sostiene l’importanza della riscrittura e della sintesi, attività propedeutiche all’affinamento di tanti altri tipi di scrittura. Il riassunto, oltre a insegnare a scrivere (perché porta a confrontarsi con scrittori esperti), insegna a leggere e capire, vincolando lo studente alla selezione delle informazioni più importanti e alla loro gerarchizzazione. Oltre alla riscrittura con selezione delle informazioni e la riscrittura riassuntiva, la gamma di possibili esercizi prevede anche esercizi di riscrittura di natura diversa, come ad esempio la riscrittura parafrastica di un testo poetico per allargamento.

Prova strutturata in più parti, riferibili alle tipologie a), b), c)

Poco spazio si è dedicato nei commenti all’ultima indicazione del documento, che prevede la possibilità di comporre la prova (e quindi anche le esercitazioni lungo il percorso scolastico) con esercizi e testi riferibili alle tipologie già viste. In una prova di questo tipo vengono verificate (ed esercitate) tutte le competenze necessarie alla gestione di un testo, come la lettura e la comprensione, la gerarchizzazione delle informazioni, la padronanza del lessico e la capacità di realizzare un testo in relazione  a un genere testuale, una situazione, un argomento e uno scopo. In questa prova troveremo sia esercizi con  consegne stringenti (ad esempio, domande sulla comprensione) sia esercizi in cui viene lasciata allo studente la possibilità della produzione libera di un testo (da confrontare comunque con la situazione e lo scopo indicati nella consegna).

È evidente che il documento accoglie le metodologie più moderne nell’ambito della didattica dell’italiano e della scrittura. Queste linee guida non limitano la libertà di espressione dei ragazzi, come qualcuno ha detto, ma la indirizzano entro paletti ben precisi, linguisticamente funzionali. Quelli che possono essere percepiti come vincoli o limitazioni servono al contrario a rendere più efficace la propria scrittura e a far confrontare gli alunni con tipologie di testo che attualmente sono poco presenti nella scuola ma che saranno presenti lungo tutta la propria vita.

Studente consulta i quadri scolastici

Superare il debito con Laudes

Durante l’estate le scuole chiudono; Laudes rimane aperta per seguire gli studenti che hanno preso a fine anno il fatidico debito formativo.

La fatica di non chiudere l’estate (con il caldo, gli amici al mare, la città deserta) ci viene ampiamente ripagata dalla soddisfazione dei risultati ottenuti dai nostri studenti. Quest’estate abbiamo seguito oltre 20 studenti con più di 30 debiti complessivi, in tutte le materie (inglese, italiano, latino, matematica, fisica, filosofia, greco, ecc.): tutti gli studenti hanno superato i debiti e sono stati promossi e ammessi all’anno successivo.

Non potremmo naturalmente vantarci di questi successi se non fosse per la diligenza e l’applicazione dei nostri studenti, a cui va gran parte del merito. Tuttavia, è anche vero che i periodi di vacanza sono i nostri preferiti per fare lezione e ripetizioni come piace a noi: senza la fretta delle scadenze e delle urgenze scolastiche, senza la marea di materie e compiti da affrontare ogni giorno, abbiamo la possibilità di impostare il lavoro in maniera più organica, far concentrare lo studente su un metodo di studio efficace, proficuo e piacevole.

A costo di prenderci dei silenziosi insulti, già dalla prima lezione cerchiamo di far capire agli studenti che il debito può essere un’opportunità: infatti, dover affrontare per intero il programma di un anno di una materia implica, oltre alle lezioni, molto lavoro individuale. Con un buon metodo di studio e una buona impostazione, lo scoramento dei primi giorni di fronte alla mole di lavoro da affrontare viene piano piano sostituito dalla sicurezza di sé e dalla consapevolezza che il lavoro quotidiano paga (e risultati si vedono!); c’è più tempo per trattare qualsiasi materia, per capirne l’utilità, per apprezzarne la bellezza; lo stress per l’esame di recupero diventa il motore ideale per la concentrazione e la focalizzazione sull’obiettivo da raggiungere. Il debito è un’occasione formativa importante: una sorta di antipasto di quello che poi si dovrà affrontare all’università e dopo l’università.

Il debito formativo

Studente annoiato durante l'esame di maturità

Cosa vogliamo dai nostri studenti? Spunti dalla maturità 2017

Esami di maturità 2017. Per l’analisi del testo della prima prova, la scelta di una poesia di Giorgio Caproni ha suscitato un esteso dibattito (qui un parere positivo e qui uno negativo): al di là delle invettive superficiali, che poco hanno a che fare con la didattica e la verifica di un percorso didattico (“Ma chi lo conosce Caproni?” “È la poesia più brutta di Caproni!”, ecc.), sono emerse delle critiche riguardo ad alcune questioni profonde che un sistema scolastico dovrebbe continuamente affrontare, e su cui ogni persona che lavora in ambito educativo, di ogni livello, dovrebbe riflettere. La domanda che bisognerebbe porsi, direttamente connessa all’esame, è semplicemente questa: cosa stiamo chiedendo agli studenti? Domanda che però ne presuppone un’altra: cosa vogliamo insegnare agli studenti?

Vi proponiamo perciò le opinioni di due nostri soci e docenti, originariamente postate su Facebook, che speriamo possano stimolare ulteriori riflessioni.

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Giulia Addazi

Quasi nessun professore riesce ad arrivare fino a Caproni nel programma di quinto. Vero. Ma la poesia è semplice e con un messaggio immediato (al limite del banale), hanno detto in molti. Vero di nuovo.
Ma il punto è: cosa stiamo chiedendo ai nostri studenti? Perché se gli chiediamo solo di comprendere il senso di un testo e analizzarne la lettera secondo gli strumenti di analisi linguistica e retorica che per cinque anni ci siamo affannati a fornirgli, forse, non ci è ancora chiaro che l’analisi strutturalista è leggermente démodé e, soprattutto, che un testo non può essere descritto ignorando i rapporti che intrattiene con altri testi, o la tradizione, la poetica, il contesto storico, politico, sociale in cui un autore si muove.
Si insinua allora il dubbio che, dopo anni di teorie funzionali (cioè: facciamo scrivere e parlare i ragazzi delle cose che conoscono, che li appassionano o che – comunque – costituiscano riferimenti reali per loro), alla fine ci riduciamo sempre a premiare chi meglio ce la sa intortare. Li istighiamo a scrivere di ciò che non sanno – ma a farlo bene, con bei periodi lunghi e complessi (e una poesia come quella di Caproni non rende difficile il compito, in effetti: giù con banalità sull’amore per la natura – bleah!). Forse, la cattiva abitudine a premiare il Pierino del dottore di turno, abituato a esercitare la vuota magniloquenza, è un difetto che la scuola italiana non riesce, o non vuole, correggere.
A cinquant’anni dalla pubblicazione di “Lettera a una professoressa” e dalla morte di Don Lorenzo Milani (in un anno in cui – nel bene e nel male – del priore di Barbiana si è parlato tanto, anche dagli altri scranni del ministero), pare che la lezione non sia stata ancora recepita. Anzi, temo che da certi editorialisti borghesucci e radical chic possa venire un osanna generale al “grande Caproni, troppo poco studiato, per la verità”.
E allora vi ripropongo il celebre racconto delle carrozze ferroviarie e del tema di licenza media, da “Lettera a una professoressa”.

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: «Parlano le carrozze ferroviarie». A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro. Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato.

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Michelangelo Pecoraro

Caproni mi piace; non quanto Pascoli o Montale, per stare agli autori nel programma dell’ultimo anno, ma mi piace.
Non trovo disprezzabile il tema della poesia scelta per l’esame di maturità di quest’anno, cioè il rapporto tra la natura e l’uomo, tutt’altro: lo trovo adeguato al periodo storico e foriero di stimolanti riflessioni. Qualcuno lo definisce “banale”, ma ritengo che questo tipo di giudizi lasci sempre il tempo che trova: spesso ciò che viene etichettato come “banale” o “superficiale” è più interessante e meno opinabile di tanti pensieri “profondi” o “complessi” (categoria analitica, non ontologica, ormai applicata, a mo’ di giudizio definitivo, a qualsiasi cosa si ritenga degna della propria attenzione); se non la pensassi così, non apprezzerei a tal punto le poesie di Leopardi o le lettere morali di Seneca, autori tra i miei preferiti e spesso “banali”, ma di quella “banalità” che io preferisco chiamare “saggezza”.
Ma c’è un “ma” e non di poco conto.
Come in molti già hanno notato, la poesia scelta pone un problema di principio, cioè cosa viene richiesto ai ragazzi, quali abilità si tenta di sollecitare attraverso questa prova.
Caproni, ottimo poeta che non ha certo bisogno di apologie o apoteosi, non viene quasi mai fatto studiare dai docenti, nel corso dell’ultimo anno; al massimo, se ne fanno leggere una o due poesie durante il biennio, quando si studiano gli strumenti retorici dell’analisi poetica. Dunque, dopo anni passati a spiegare ai ragazzi (e ai genitori, nel corso dei colloqui) l’importanza dello studio e della conoscenza del contesto (storico, letterario e artistico in senso lato) per spiegare i prodotti dell’agire umano, gli si dà da scrivere riflessioni su un autore di cui si è detto poco o niente. Insomma, il timore è che il messaggio di fondo sia: “Vediamo come ve la cavate, perché nella vita vi capiterà spesso di dover discutere e argomentare su cose delle quali non saprete nulla”.