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Studente consulta i quadri scolastici

Superare il debito con Laudes

Durante l’estate le scuole chiudono; Laudes rimane aperta per seguire gli studenti che hanno preso a fine anno il fatidico debito formativo.

La fatica di non chiudere l’estate (con il caldo, gli amici al mare, la città deserta) ci viene ampiamente ripagata dalla soddisfazione dei risultati ottenuti dai nostri studenti. Quest’estate abbiamo seguito oltre 20 studenti con più di 30 debiti complessivi, in tutte le materie (inglese, italiano, latino, matematica, fisica, filosofia, greco, ecc.): tutti gli studenti hanno superato i debiti e sono stati promossi e ammessi all’anno successivo.

Non potremmo naturalmente vantarci di questi successi se non fosse per la diligenza e l’applicazione dei nostri studenti, a cui va gran parte del merito. Tuttavia, è anche vero che i periodi di vacanza sono i nostri preferiti per fare lezione e ripetizioni come piace a noi: senza la fretta delle scadenze e delle urgenze scolastiche, senza la marea di materie e compiti da affrontare ogni giorno, abbiamo la possibilità di impostare il lavoro in maniera più organica, far concentrare lo studente su un metodo di studio efficace, proficuo e piacevole.

A costo di prenderci dei silenziosi insulti, già dalla prima lezione cerchiamo di far capire agli studenti che il debito può essere un’opportunità: infatti, dover affrontare per intero il programma di un anno di una materia implica, oltre alle lezioni, molto lavoro individuale. Con un buon metodo di studio e una buona impostazione, lo scoramento dei primi giorni di fronte alla mole di lavoro da affrontare viene piano piano sostituito dalla sicurezza di sé e dalla consapevolezza che il lavoro quotidiano paga (e risultati si vedono!); c’è più tempo per trattare qualsiasi materia, per capirne l’utilità, per apprezzarne la bellezza; lo stress per l’esame di recupero diventa il motore ideale per la concentrazione e la focalizzazione sull’obiettivo da raggiungere. Il debito è un’occasione formativa importante: una sorta di antipasto di quello che poi si dovrà affrontare all’università e dopo l’università.

Il debito formativo

La grande quercia simbolo di Laudes

Tre anni di Laudes!

Eccoci arrivati a spegnere tre candeline. Un piccolo traguardo. Un momento per riflettere e fare il punto della situazione, per capire se la Laudes che stiamo costruendo corrisponde all’idea con cui cominciammo il nostro percorso il 24 agosto del 2014.

Nel celebrare qualcosa è impossibile evitare un po’ di retorica nella sua accezione più popolare, ma vorremmo partire con pochi, significativi dati sui primi tre anni di vita di Laudes. Grazie al lavoro di circa 60 docenti collaboratori, di cui 45 solo nell’ultimo anno, abbiamo dato aiuto a oltre 300 studenti con problemi di vario tipo legati allo studio.

Ci siamo interessati a ogni livello di istruzione, dalle scuole elementari alle università, passando per medie e superiori; abbiamo organizzato dopo-scuola ludodidattici per bimbi piccoli; abbiamo affrontato praticamente ogni disciplina insegnata nelle scuole pubbliche e private, dalle più frequentate e richieste alle più specialistiche; abbiamo fornito servizi di assistenza personalizzati per studenti con sindromi e disabilità cognitive e/o fisiche, disturbi specifici dell’apprendimento, bisogni educativi speciali o problemi familiari più o meno gravi; abbiamo aiutato a preparare esami universitari e a redigere tesi di laurea; abbiamo corretto bozze, tradotto testi e insegnato lingue a persone di varie età.

Ma Laudes non è solo didattica e supporto per testi e traduzioni. Ci siamo interessati altrettanto (e, in certi periodi, addirittura di più) all’aspetto divulgativo e ludico, organizzando lezioni aperte al pubblico e in diretta streaming, seminari, presentazioni di libri, uscite con gruppi di studenti e docenti per visitare mostre e per assistere a spettacoli teatrali, tornei e serate di gioco fini a sé stesse, giusto per il piacere di ridere e bisticciare insieme.

Andiamo orgogliosi anche delle cose che non abbiamo fatto. Per esempio non abbiamo fatto i compiti a casa al posto dei nostri studenti; non li abbiamo aiutati a distanza, durante i compiti in classe; non abbiamo scritto tesi di laurea al posto dei laureandi; non abbiamo lucrato sulle ansie delle famiglie, e in questo modo abbiamo evitato stressanti sovraccarichi di lavoro per quegli studenti che, a volte, vengono trattati dai genitori come recipienti per nozioni; non abbiamo approfittato del lavoro dei docenti, né li abbiamo trattati come sottoposti per ottenere un pur minimo e scabro piacere dall’esercizio del potere; non abbiamo selezionato i docenti sulla base di simpatie o amicizie, ma sempre pensando agli studenti con cui avrebbero dovuto interagire, cercando di diversificare i talenti e le attitudini; non abbiamo evitato discussioni, anche serie, su questioni concrete o di principio inerenti alla didattica o all’organizzazione, scegliendo di adoperare il metodo del consenso e giungendo a decisioni di compromesso tra le diverse visioni che animano il gruppo.

In questi tre anni hanno collaborato con noi persone di enorme valore. Per molti, quello dell’insegnamento privato è un lavoro transitorio; dunque, non ci siamo stupiti quando alcuni dei nostri migliori docenti ci hanno salutato per tentare l’ingresso nel lavoro dei loro sogni: laboratori chimici, informatici, aziende, una totale dedizione all’istruzione pubblica, sono molti gli ambiti che ci hanno costretti a salutare questo o quell’altro collaboratore. Ciononostante, ricordiamo con enorme piacere il periodo trascorso insieme e il clima di fraterna giovialità creatosi, grazie al quale siamo rimasti in ottimi rapporti con quasi tutti.

La sfida principale che ci attende ora, con il crescere del gruppo e la prossima apertura di nuove sedi nella città di Roma, è quella di mantenere la passione, l’atteggiamento e i metodi messi in pratica fino a questo momento. Non sarà semplicissimo e già adesso, a volte, il carico di lavoro non remunerato che molti di noi svolgono cresce fino ad assorbire completamente il tempo libero e le energie. Ce la metteremo tutta, traendo nuova linfa dalle molte soddisfazioni che ricaviamo dall’insegnamento e dalla gioia dei nostri studenti!

terzo compleanno

Martedì 7 marzo – Insegnare consapevolmente: 40 anni di educazione linguistica democratica (Giulia Addazi)

Cosa c’è dietro le politiche scolastiche degli ultimi quarant’anni? Possiamo incolparle delle carenze degli studenti di oggi?

Sulla scia del recente dibattito sulla scuola e sull’educazione nel nostro paese, tornato in auge dopo la morte di Tullio De Mauro (principale fautore del manifesto del Giscel “10 tesi per un’educazione linguistica democratica”) e in occasione del cinquantenario della morte di don Milani, martedì 7 marzo alle 21:30 con Giulia Addazi, dottoranda presso l’Università per Stranieri di Siena, proveremo a capire meglio la situazione odierna ripercorrendo le principali tappe dell’educazione linguistica italiana, un argomento di cui ultimamente si parla spesso a sproposito.

Post-verità, bufale e istruzione – parte prima

Questo è il primo di alcuni post sulla post-verità e la centralità dell’istruzione nella società dell’informazione. In questo primo post si parlerà del concetto di post-verità e si cercherà di contestualizzarlo. 

Il 2016 è stato l’anno in cui le bufale, ovvero le notizie inventate con cui chiunque (dotato di connessione internet) ha avuto a che fare, sono finite al centro del dibattito pubblico e messe sul banco degli imputati, principalmente per via della realizzazione, ritenuta altamente improbabile, di due eventi: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (ovvero la Brexit) e l’elezione del magnate Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Questa clima di proliferazione e centralità delle bufale è stato chiamato post-verità.

Cos’è la post-verità?

Il termine è diventato di larghissimo uso in Italia dopo che è stato eletto dal Oxford Dictionary parola dell’anno; proprio per la sua stretta connessione con il discorso politico, la definizione del dizionario (ripresa e correttamente tradotta in un ben documentato articolo sul sito dell’Accademia della Crusca) è

“Relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali”

Il termine post-verità (che in inglese ha principalmente un uso aggettivale: si parla infatti di post-truth politics post-truth age) non vuol dire quindi bufala, notizia falsa o fake news (come talvolta è usato) ma una situazione in cui la realtà dei fatti è meno importante delle convinzioni personali (qua trovate un buon esempio di questa dinamica). In un ambiente post-vero, ovvero nel momento in cui i fatti non sono centrali, le bufale proliferano come virus. Le bufale, infatti, sono notizie create apposta per circolare (dietro alla maggior parte delle bufale c’è infatti anche un bel giro di soldi), e che quindi hanno come caratteristiche principali quella di toccare l’emotività delle persone (non a caso sono spesso iperboliche) e quella di incontrare le convinzioni della maggior parte delle persone.

Nel momento in cui pensiamo alle bufale non possiamo non pensare ai social network: quanti articoli clickbait vediamo scorrere sulle nostre home dei social a cui siamo iscritti? Quanti titoli eclatanti che rimandano a finti siti giornalistici (o siti che fanno esplicitamente la parodia di siti giornalistici, come Lercio, ma non vengono interpretati come tali)? E quante volte ci accorgiamo che qualcuno ha condiviso, seriamente, una notizia senza alcuna fonte affidabile? Non si può negare che ci sia una stretta correlazione tra epoca della post-verità e social network, anzi, alcuni sostengono che dietro questa correlazione ci sia un vero e proprio rapporto di causa effetto. Innanzitutto perché ciò che viene pubblicato non deve passare le maglie di un controllo redazionale, umano, ma quello di algoritmi. Come evidenzia Luca De Biase, a differenza del mondo pre-digitale, quando la pubblicazione era un’operazione materialmente costosa, oggi la pubblicazione di un’informazione non ha costi e quindi si tende «a scrivere tutto e a selezionare l’informazione dopo che è già stata pubblicata». Il problema è che un social network, come Facebook, ha come principale obiettivo quello di creare relazioni tra utenti, ed è quindi meno interessato a selezionare le informazioni in base alla loro verificabilità: l’interesse principale è far incontrare ogni utente con le informazioni che a lui interessano e con le persone che condividono queste informazioni. E se normalmente già tendiamo ad acquisire con più facilità le opinioni che confermano i nostri pregiudizi (il cosiddetto confirmation bias, o bias di conferma), gli algoritmi di Facebook rendono più facile questo lavoro.

Si arriva così al secondo problema, evidenziato da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini nel libro Misinformation (qui un sunto), ovvero quello delle camere di risonanza (echo chambers): ogni utente ha una home di Facebook con una micro-opinione pubblica che, di fatto, fortifica la propria opinione; non solo, ogni utente a sua volta è un media e contribuisce a costruisce la camera di risonanza di qualcun altro, e così via.

In questa architettura, per gli autori del libro, è più facile irrigidire il proprio punto di vista ed è così più difficile dialogare con chi, a sua volta, ha un punto di vista irrigidito. In ciascuna di queste isole ogni bufala-virus prolifera, con la scarsa possibilità di incontrare la voce di un contraddittorio, e, quand’anche la incontri, con la grande probabilità che questa voce, a sua volta, venga considerata portatrice di informazioni false, perché in contraddizione con le convinzioni personali.

Tuttavia, c’è anche chi crede che in realtà non stiamo assistendo a un peggioramento della qualità dell’informazione, anzi, che l‘idea stessa di epoca della post-truth sia a sua volta una fake news (basata solo su convinzioni degli opinionisti e non verificata da dati). A tal proposito è interessante l’intervento di Mario Pireddu, sociologo della comunicazione. Innanzitutto, non è vero che gli utenti si informano solo nelle loro camere di risonanza, anzi, secondo uno studio, la frequenza dei block e dei filtri imposti manualmente dagli utenti dimostra come gli algoritmi non lavorino, evidentemente, tanto bene; poi, non è vero nemmeno che oggi l’informazione è peggiorata, piuttosto è aumentata la quantità di informazioni: e l’utente di un social network si informa mediamente di più di chi non sta sui social media, da fonti più differenziate. Insomma, per Pireddu, «quel che emerge dalle ricerche più recenti è l’aumentata disponibilità di tutte le informazioni e le argomentazioni di tutte le parti politiche». 

Presentazione della rassegna cinematografica “Insegnare, imparare, crescere”

Il cinema ha rivolto il proprio sguardo ai rapporti educativi, all’insegnamento e al mondo della scuola già a partire dai primi decenni del Novecento. Non solo la lunghissima serie di film, documentari e docufilm realizzati ha dato luogo a un vero e proprio genere cinematografico, ma rintracciando alcuni tratti comuni o stereotipi, riproposti nel corso del tempo, in contesti e con punti di vista differenti, è possibile tracciare anche una divisione in sottogeneri.

Pochi di questi film hanno avuto vasta diffusione e ancor meno sono riusciti a farsi strada nell’immaginario comune. Parlare di questo genere cinematografico equivale spesso a pronunciare il titolo del suo più celebre rappresentante: L’attimo fuggente. Il film di Peter Weir, reso indimenticabile dalla istrionica e carismatica interpretazione di Robin Williams, però, non è che il più illustre rappresentante di uno dei sottogeneri, cioè il film in cui un insegnante, diverso dagli altri e dall’istituzione scolastica in cui opera, assurge al ruolo di protagonista ed eroe solitario, cercando di sottrarre i propri studenti all’omologazione del pensiero e delle azioni.

I sottogeneri possono essere anche molto differenti tra loro. In numerosi film, l’istituzione mostra solo il suo volto autoritario e repressivo e sono gli studenti a tentare (non sempre con esito felice) l’assalto al punto debole, la forzatura ai vincoli imposti, cercando una strada verso la crescita e/o la libertà. Un filone che negli ultimi anni ha mostrato grande vitalità è quello in cui l’insegnante non è presentato tout court nel suo ruolo istituzionale: gli interessi, le passioni e i problemi che vive come essere umano svolgono un ruolo centrale nel suo lavoro e vi si ripercuotono in vari modi. In altri casi, l’insegnante può rivolgere la propria attenzione a un solo tipo di studenti: gli emarginati, i più poveri, i più violenti, quelli con problemi psicologici legati alla sfera sessuale o familiare, gli stranieri, i nerd. La storia degli studenti e degli insegnanti può intrecciarsi a eventi storici cruciali o la cornice storica può essere a malapena delineata; la storia può avere un risvolto edificante o trasudare il più nero pessimismo; il contesto può essere molto territoriale, con risvolti linguistici di incontro/scontro tra la lingua che la scuola dovrebbe insegnare e il/i dialetto/i che, inevitabilmente, si alimentano della comunicazione quotidiana vissuta dagli studenti; il rapporto tra docenti e studenti può implicare uno scontro con le famiglie o un mutuo sostegno.

Si pone allora il problema, come sempre, di identificare gli elementi comuni che permettono a un film di essere inserito all’interno di questo vasto genere. Nella rassegna che abbiamo organizzato, gli elementi presi in considerazione sono quelli che le danno il titolo: “Insegnare, imparare, crescere”.

Proietteremo film che rappresentano diversi filoni e punti di vista: il processo di insegnamento, con focus sull’insegnante nelle sue vesti istituzionali e al di fuori di esse, per cercare di ragionare sui modi in cui vita privata e attività didattica ed educativa si influenzano reciprocamente; il processo di apprendimento, dedicando attenzione ai suoi differenti modi e contesti; infine, la crescita che, inevitabilmente con il trascorrere del tempo, deriva dagli incontri e dagli scontri tra chi insegna e chi impara. Non cederemo, però, alle sirene delle magnifiche sorti e progressive, anzi constateremo come a una sempre più accurata analisi, in campo scientifico, non corrispondano in modo deciso altrettanti importanti traguardi per gli studenti e gli insegnanti del mondo.