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Computer collegato al sito di Laudes con una libreria sullo sfondo

Studiare a Laudes – Lettera di una mamma

Generalmente, delle lettere di ringraziamento che ci mandano studenti e famiglie, pubblichiamo solo qualche breve frase nella sezione “Dicono di noi” (potete vederle qua). In questo caso però le parole sono talmente belle e la lettera restituisce in maniera così piena quello che ogni giorno ci impegniamo a fare con Laudes che sarebbe un peccato non pubblicarla per intero.

Mio figlio ha frequentato nell’anno 2016-17 il I liceo linguistico riscontrando molte difficoltà. Faceva già ripetizioni di matematica da alcuni anni ma con scarsi risultati. Alla fine del primo quadrimestre aveva diverse insufficienze ed era molto scoraggiato. Avevo sentito parlare molto bene dell’Associazione Laudes e così ci siamo rivolti a loro.

Dal primo momento ho riscontrato da parte di tutti i ragazzi che vi lavorano una grande disponibilità e gentilezza e, soprattutto, un forte desiderio di conoscere e capire il ragazzo aiutandolo con un approccio “olistico” e adatto alla sua personalità.

Da subito, è stato chiaro che il loro obiettivo non era semplicemente quello di portare il ragazzo ad assimilare delle nozioni ma anche a cambiare atteggiamento nei confronti della scuola, ad imparare a studiare e ad esprimersi adeguatamente, superando le proprie insicurezze. I ragazzi di Laudes hanno adottato un approccio individuale, su misura per mio figlio, per il suo carattere e per le sue esigenze, piuttosto che uno stile standardizzato da applicare a tutti nello stesso modo.

Inoltre, ho trovato molto positivo il fatto di andare a studiare in un ambiente diverso da casa, in compagnia di altri ragazzi e con insegnanti giovani e dinamici, in una “mini-scuola”, dove, in un unico luogo, si può ricevere sostegno per qualsiasi materia, a seconda delle esigenze del momento. Credo che tutto ciò sia benefico ai fini di instaurare un’atmosfera meno “punitiva” e molto più stimolante rispetto a quella che si crea quando un insegnante viene a domicilio.

I ragazzi di Laudes hanno aiutato mio figlio a fare un cammino di recupero oltre ogni aspettativa. È arrivato lì a febbraio con 6 insufficienze ed è riuscito a recuperare 4 materie a giugno e 2 a settembre. Inoltre, credo che abbia imparato anche ad affrontare la scuola con un atteggiamento diverso e a credere di più nelle proprie capacità e, nonostante abbia dovuto lavorare tanto, è sempre andato a fare lezione volentieri, mentre viveva le ripetizioni a casa come un incubo. Infatti, ha costruito con i suoi insegnanti un rapporto positivo, ha trovato incoraggiamento e modelli positivi da seguire, bravi docenti ma allo stesso tempo ragazzi stimolanti con cui relazionarsi che non lo hanno mai mortificato davanti alle sue difficoltà come in passato altri avevano fatto.

Voglio ringraziare in particolare Fabio, Michelangelo ed Elena!

Con sincera stima e gratitudine,

V.

La grande quercia simbolo di Laudes

Tre anni di Laudes!

Eccoci arrivati a spegnere tre candeline. Un piccolo traguardo. Un momento per riflettere e fare il punto della situazione, per capire se la Laudes che stiamo costruendo corrisponde all’idea con cui cominciammo il nostro percorso il 24 agosto del 2014.

Nel celebrare qualcosa è impossibile evitare un po’ di retorica nella sua accezione più popolare, ma vorremmo partire con pochi, significativi dati sui primi tre anni di vita di Laudes. Grazie al lavoro di circa 60 docenti collaboratori, di cui 45 solo nell’ultimo anno, abbiamo dato aiuto a oltre 300 studenti con problemi di vario tipo legati allo studio.

Ci siamo interessati a ogni livello di istruzione, dalle scuole elementari alle università, passando per medie e superiori; abbiamo organizzato dopo-scuola ludodidattici per bimbi piccoli; abbiamo affrontato praticamente ogni disciplina insegnata nelle scuole pubbliche e private, dalle più frequentate e richieste alle più specialistiche; abbiamo fornito servizi di assistenza personalizzati per studenti con sindromi e disabilità cognitive e/o fisiche, disturbi specifici dell’apprendimento, bisogni educativi speciali o problemi familiari più o meno gravi; abbiamo aiutato a preparare esami universitari e a redigere tesi di laurea; abbiamo corretto bozze, tradotto testi e insegnato lingue a persone di varie età.

Ma Laudes non è solo didattica e supporto per testi e traduzioni. Ci siamo interessati altrettanto (e, in certi periodi, addirittura di più) all’aspetto divulgativo e ludico, organizzando lezioni aperte al pubblico e in diretta streaming, seminari, presentazioni di libri, uscite con gruppi di studenti e docenti per visitare mostre e per assistere a spettacoli teatrali, tornei e serate di gioco fini a sé stesse, giusto per il piacere di ridere e bisticciare insieme.

Andiamo orgogliosi anche delle cose che non abbiamo fatto. Per esempio non abbiamo fatto i compiti a casa al posto dei nostri studenti; non li abbiamo aiutati a distanza, durante i compiti in classe; non abbiamo scritto tesi di laurea al posto dei laureandi; non abbiamo lucrato sulle ansie delle famiglie, e in questo modo abbiamo evitato stressanti sovraccarichi di lavoro per quegli studenti che, a volte, vengono trattati dai genitori come recipienti per nozioni; non abbiamo approfittato del lavoro dei docenti, né li abbiamo trattati come sottoposti per ottenere un pur minimo e scabro piacere dall’esercizio del potere; non abbiamo selezionato i docenti sulla base di simpatie o amicizie, ma sempre pensando agli studenti con cui avrebbero dovuto interagire, cercando di diversificare i talenti e le attitudini; non abbiamo evitato discussioni, anche serie, su questioni concrete o di principio inerenti alla didattica o all’organizzazione, scegliendo di adoperare il metodo del consenso e giungendo a decisioni di compromesso tra le diverse visioni che animano il gruppo.

In questi tre anni hanno collaborato con noi persone di enorme valore. Per molti, quello dell’insegnamento privato è un lavoro transitorio; dunque, non ci siamo stupiti quando alcuni dei nostri migliori docenti ci hanno salutato per tentare l’ingresso nel lavoro dei loro sogni: laboratori chimici, informatici, aziende, una totale dedizione all’istruzione pubblica, sono molti gli ambiti che ci hanno costretti a salutare questo o quell’altro collaboratore. Ciononostante, ricordiamo con enorme piacere il periodo trascorso insieme e il clima di fraterna giovialità creatosi, grazie al quale siamo rimasti in ottimi rapporti con quasi tutti.

La sfida principale che ci attende ora, con il crescere del gruppo e la prossima apertura di nuove sedi nella città di Roma, è quella di mantenere la passione, l’atteggiamento e i metodi messi in pratica fino a questo momento. Non sarà semplicissimo e già adesso, a volte, il carico di lavoro non remunerato che molti di noi svolgono cresce fino ad assorbire completamente il tempo libero e le energie. Ce la metteremo tutta, traendo nuova linfa dalle molte soddisfazioni che ricaviamo dall’insegnamento e dalla gioia dei nostri studenti!

terzo compleanno

Cosa vogliamo dai nostri studenti? Spunti dalla maturità 2017

Esami di maturità 2017. Per l’analisi del testo della prima prova, la scelta di una poesia di Giorgio Caproni ha suscitato un esteso dibattito (qui un parere positivo e qui uno negativo): al di là delle invettive superficiali, che poco hanno a che fare con la didattica e la verifica di un percorso didattico (“Ma chi lo conosce Caproni?” “È la poesia più brutta di Caproni!”, ecc.), sono emerse delle critiche riguardo ad alcune questioni profonde che un sistema scolastico dovrebbe continuamente affrontare, e su cui ogni persona che lavora in ambito educativo, di ogni livello, dovrebbe riflettere. La domanda che bisognerebbe porsi, direttamente connessa all’esame, è semplicemente questa: cosa stiamo chiedendo agli studenti? Domanda che però ne presuppone un’altra: cosa vogliamo insegnare agli studenti?

Vi proponiamo perciò le opinioni di due nostri soci e docenti, originariamente postate su Facebook, che speriamo possano stimolare ulteriori riflessioni.

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Giulia Addazi

Quasi nessun professore riesce ad arrivare fino a Caproni nel programma di quinto. Vero. Ma la poesia è semplice e con un messaggio immediato (al limite del banale), hanno detto in molti. Vero di nuovo.
Ma il punto è: cosa stiamo chiedendo ai nostri studenti? Perché se gli chiediamo solo di comprendere il senso di un testo e analizzarne la lettera secondo gli strumenti di analisi linguistica e retorica che per cinque anni ci siamo affannati a fornirgli, forse, non ci è ancora chiaro che l’analisi strutturalista è leggermente démodé e, soprattutto, che un testo non può essere descritto ignorando i rapporti che intrattiene con altri testi, o la tradizione, la poetica, il contesto storico, politico, sociale in cui un autore si muove.
Si insinua allora il dubbio che, dopo anni di teorie funzionali (cioè: facciamo scrivere e parlare i ragazzi delle cose che conoscono, che li appassionano o che – comunque – costituiscano riferimenti reali per loro), alla fine ci riduciamo sempre a premiare chi meglio ce la sa intortare. Li istighiamo a scrivere di ciò che non sanno – ma a farlo bene, con bei periodi lunghi e complessi (e una poesia come quella di Caproni non rende difficile il compito, in effetti: giù con banalità sull’amore per la natura – bleah!). Forse, la cattiva abitudine a premiare il Pierino del dottore di turno, abituato a esercitare la vuota magniloquenza, è un difetto che la scuola italiana non riesce, o non vuole, correggere.
A cinquant’anni dalla pubblicazione di “Lettera a una professoressa” e dalla morte di Don Lorenzo Milani (in un anno in cui – nel bene e nel male – del priore di Barbiana si è parlato tanto, anche dagli altri scranni del ministero), pare che la lezione non sia stata ancora recepita. Anzi, temo che da certi editorialisti borghesucci e radical chic possa venire un osanna generale al “grande Caproni, troppo poco studiato, per la verità”.
E allora vi ripropongo il celebre racconto delle carrozze ferroviarie e del tema di licenza media, da “Lettera a una professoressa”.

A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: «Parlano le carrozze ferroviarie». A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: Aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo. Così scrivo coi miei compagni questa lettera. Così spero che scriveranno i miei scolari quando sarò maestro. Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tempi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato.

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Michelangelo Pecoraro

Caproni mi piace; non quanto Pascoli o Montale, per stare agli autori nel programma dell’ultimo anno, ma mi piace.
Non trovo disprezzabile il tema della poesia scelta per l’esame di maturità di quest’anno, cioè il rapporto tra la natura e l’uomo, tutt’altro: lo trovo adeguato al periodo storico e foriero di stimolanti riflessioni. Qualcuno lo definisce “banale”, ma ritengo che questo tipo di giudizi lasci sempre il tempo che trova: spesso ciò che viene etichettato come “banale” o “superficiale” è più interessante e meno opinabile di tanti pensieri “profondi” o “complessi” (categoria analitica, non ontologica, ormai applicata, a mo’ di giudizio definitivo, a qualsiasi cosa si ritenga degna della propria attenzione); se non la pensassi così, non apprezzerei a tal punto le poesie di Leopardi o le lettere morali di Seneca, autori tra i miei preferiti e spesso “banali”, ma di quella “banalità” che io preferisco chiamare “saggezza”.
Ma c’è un “ma” e non di poco conto.
Come in molti già hanno notato, la poesia scelta pone un problema di principio, cioè cosa viene richiesto ai ragazzi, quali abilità si tenta di sollecitare attraverso questa prova.
Caproni, ottimo poeta che non ha certo bisogno di apologie o apoteosi, non viene quasi mai fatto studiare dai docenti, nel corso dell’ultimo anno; al massimo, se ne fanno leggere una o due poesie durante il biennio, quando si studiano gli strumenti retorici dell’analisi poetica. Dunque, dopo anni passati a spiegare ai ragazzi (e ai genitori, nel corso dei colloqui) l’importanza dello studio e della conoscenza del contesto (storico, letterario e artistico in senso lato) per spiegare i prodotti dell’agire umano, gli si dà da scrivere riflessioni su un autore di cui si è detto poco o niente. Insomma, il timore è che il messaggio di fondo sia: “Vediamo come ve la cavate, perché nella vita vi capiterà spesso di dover discutere e argomentare su cose delle quali non saprete nulla”.

Post-verità, bufale e istruzione – parte prima

Questo è il primo di alcuni post sulla post-verità e la centralità dell’istruzione nella società dell’informazione. In questo primo post si parlerà del concetto di post-verità e si cercherà di contestualizzarlo. 

Il 2016 è stato l’anno in cui le bufale, ovvero le notizie inventate con cui chiunque (dotato di connessione internet) ha avuto a che fare, sono finite al centro del dibattito pubblico e messe sul banco degli imputati, principalmente per via della realizzazione, ritenuta altamente improbabile, di due eventi: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (ovvero la Brexit) e l’elezione del magnate Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Questa clima di proliferazione e centralità delle bufale è stato chiamato post-verità.

Cos’è la post-verità?

Il termine è diventato di larghissimo uso in Italia dopo che è stato eletto dal Oxford Dictionary parola dell’anno; proprio per la sua stretta connessione con il discorso politico, la definizione del dizionario (ripresa e correttamente tradotta in un ben documentato articolo sul sito dell’Accademia della Crusca) è

“Relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali”

Il termine post-verità (che in inglese ha principalmente un uso aggettivale: si parla infatti di post-truth politics post-truth age) non vuol dire quindi bufala, notizia falsa o fake news (come talvolta è usato) ma una situazione in cui la realtà dei fatti è meno importante delle convinzioni personali (qua trovate un buon esempio di questa dinamica). In un ambiente post-vero, ovvero nel momento in cui i fatti non sono centrali, le bufale proliferano come virus. Le bufale, infatti, sono notizie create apposta per circolare (dietro alla maggior parte delle bufale c’è infatti anche un bel giro di soldi), e che quindi hanno come caratteristiche principali quella di toccare l’emotività delle persone (non a caso sono spesso iperboliche) e quella di incontrare le convinzioni della maggior parte delle persone.

Nel momento in cui pensiamo alle bufale non possiamo non pensare ai social network: quanti articoli clickbait vediamo scorrere sulle nostre home dei social a cui siamo iscritti? Quanti titoli eclatanti che rimandano a finti siti giornalistici (o siti che fanno esplicitamente la parodia di siti giornalistici, come Lercio, ma non vengono interpretati come tali)? E quante volte ci accorgiamo che qualcuno ha condiviso, seriamente, una notizia senza alcuna fonte affidabile? Non si può negare che ci sia una stretta correlazione tra epoca della post-verità e social network, anzi, alcuni sostengono che dietro questa correlazione ci sia un vero e proprio rapporto di causa effetto. Innanzitutto perché ciò che viene pubblicato non deve passare le maglie di un controllo redazionale, umano, ma quello di algoritmi. Come evidenzia Luca De Biase, a differenza del mondo pre-digitale, quando la pubblicazione era un’operazione materialmente costosa, oggi la pubblicazione di un’informazione non ha costi e quindi si tende «a scrivere tutto e a selezionare l’informazione dopo che è già stata pubblicata». Il problema è che un social network, come Facebook, ha come principale obiettivo quello di creare relazioni tra utenti, ed è quindi meno interessato a selezionare le informazioni in base alla loro verificabilità: l’interesse principale è far incontrare ogni utente con le informazioni che a lui interessano e con le persone che condividono queste informazioni. E se normalmente già tendiamo ad acquisire con più facilità le opinioni che confermano i nostri pregiudizi (il cosiddetto confirmation bias, o bias di conferma), gli algoritmi di Facebook rendono più facile questo lavoro.

Si arriva così al secondo problema, evidenziato da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini nel libro Misinformation (qui un sunto), ovvero quello delle camere di risonanza (echo chambers): ogni utente ha una home di Facebook con una micro-opinione pubblica che, di fatto, fortifica la propria opinione; non solo, ogni utente a sua volta è un media e contribuisce a costruisce la camera di risonanza di qualcun altro, e così via.

In questa architettura, per gli autori del libro, è più facile irrigidire il proprio punto di vista ed è così più difficile dialogare con chi, a sua volta, ha un punto di vista irrigidito. In ciascuna di queste isole ogni bufala-virus prolifera, con la scarsa possibilità di incontrare la voce di un contraddittorio, e, quand’anche la incontri, con la grande probabilità che questa voce, a sua volta, venga considerata portatrice di informazioni false, perché in contraddizione con le convinzioni personali.

Tuttavia, c’è anche chi crede che in realtà non stiamo assistendo a un peggioramento della qualità dell’informazione, anzi, che l‘idea stessa di epoca della post-truth sia a sua volta una fake news (basata solo su convinzioni degli opinionisti e non verificata da dati). A tal proposito è interessante l’intervento di Mario Pireddu, sociologo della comunicazione. Innanzitutto, non è vero che gli utenti si informano solo nelle loro camere di risonanza, anzi, secondo uno studio, la frequenza dei block e dei filtri imposti manualmente dagli utenti dimostra come gli algoritmi non lavorino, evidentemente, tanto bene; poi, non è vero nemmeno che oggi l’informazione è peggiorata, piuttosto è aumentata la quantità di informazioni: e l’utente di un social network si informa mediamente di più di chi non sta sui social media, da fonti più differenziate. Insomma, per Pireddu, «quel che emerge dalle ricerche più recenti è l’aumentata disponibilità di tutte le informazioni e le argomentazioni di tutte le parti politiche». 

[Rassegna stampa] Latino sì, latino no: la terra dei casi

Negli ultimi mesi le riflessioni sulla didattica del latino e sulla sua utilità hanno avuto ampio spazio su quotidiani e blog, e la ragione è facilmente intuibile: la didattica di una lingua morta è difficilmente difendibile in un contesto culturale in cui primeggia l’idea che il fine ultimo dello studio sia una sua utilità in ambito lavorativo.

Combattendo i detrattori sullo stesso campo della logica utilitaristica, molti difendono il latino evidenziandone invece la sua spendibilità nella vita e nel lavoro, perché abitua al “problem solving”, come evidenzia Guido Tonelli, fisico del CERN:

Prendiamo proprio la traduzione dal greco e dal latino. Sei lì che combatti con il vocabolario per cercare di dare un senso compiuto ad un gruppo di frasi e ti sembra di avere trovato la chiave. Soltanto che non riesci a sistemare un piccolo, infimo dettaglio. Ed ecco che di colpo, per risolvere l’incongruenza, dovrai capovolgere tutto e abbandonare definitivamente quella che un istante prima ti sembrava un’ipotesi molto ragionevole. È la logica, bellezza, è tutto soltanto questione di logica. Non saprei trovare un’attività più vicina al lavoro scientifico concreto che viviamo quotidianamente. Capita molto spesso, in fisica, che per accomodare un piccolo particolare, apparentemente insignificante, siamo costretti ad abbandonare la congettura che ci aveva guidato fino a quel momento. E ogni tanto, questo stesso meccanismo apre le porte ad un nuovo paradigma.

Sulla stessa lunghezza d’onda sembra essere la ricerca commissionata dal Corriere della Sera ad Almalaurea, che evidenzia come gli studenti usciti dal classico (e quindi con una solida formazione umanistica) ottengano risultati migliori nel percorso universitario, soprattutto nelle facoltà scientifiche.

Riservandoci il dubbio che alla base ci siano anche fattori sociali (anche se in parte smentiti: «Oggi è ancora vero che chi viene dal Classico gode di un contesto socio-culturale più avvantaggiato; ma il dato del 33,8% proveniente dalla classe media impiegatizia, sommato al 13,7% della classe del lavoro esecutivo, smonta l’equazione», sottolinea il direttore di Almalaurea Ivano Dionigi), è innegabile che lo studio del latino e, soprattutto, l’esercizio della traduzione, siano attività più complesse della media delle attività svolte durante gli anni dell’istruzione obbligatoria, e che ciò fornisca agli studenti delle capacità di base difficilmente conquistabili con il passare del tempo, come ci ricorda Luca Ricolfi, sempre sul Sole 24 Ore:

Ci sono studenti, tantissimi studenti, che non hanno alcun particolare handicap fisico o sociale eppure sono irrimediabilmente non all’altezza dei compiti cognitivi che lo studio universitario ancora richiede in certe materie e in certe aree del Paese. Essi credono di avere delle “lacune”, e quindi di poterle colmare (come si recupera un’informazione mancante cercandola su internet), ma in realtà si sbagliano. Per essi non c’è più (quasi) nulla da fare, perché difettano delle capacità di base, che si acquisiscono lentamente e gradualmente nel tempo: capacità di astrazione e concentrazione, padronanza della lingua e del suo lessico, finezza e sensibilità alle distinzioni, capacità di prendere appunti e organizzare la conoscenza, attitudine a non dimenticare quel che si è appreso. La scuola di oggi, con la sua corsa ad abbassare l’asticella, queste capacità le fornisce sempre più raramente.

Il rischio che la riduzione delle ore di latino e la cancellazione delle prove di traduzione rientri in una generale semplificazione del percorso scolastico era già stato illustrato dalla scrittrice e insegnante Paola Mastrocola, in un appassionato pamphlet contro la scuola facile. La colpa di questa semplificazione, per Mastrocola, è da attribuire al “deficit di motivazione nostra, di noi adulti, insegnanti, scrittori, intellettuali, politici, governanti, famiglie”; e così la pensa anche Nicola Gardini, autore di “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”: 

I giovani, quando non sono impediti dalle circostanze e se guidati da insegnanti capaci e appassionati, sono aperti alle avventure più impegnative dell’intelligenza. Sono gli adulti i pigri e i disfattisti, quelli che cercano ragioni laddove la ragione è la cosa stessa.

Al di là delle statistiche che mostrano l’utilità del latino al di fuori di esso, Gardini evidenzia come il latino vada studiato perché è “il codice genetico dell’Occidente”, “il suo sistema immunitario” e “la fonte prima del principio di identità”. Insomma, la sua utilità appare decisamente secondaria di fronte a una ragione più profonda, che dovrebbe convincere anche i più scettici a sostenere lo studio del latino: l’importanza del tempo”. La spiega Ivano Dionigi in un’intervista a Linkiesta:

Il problema è che si va a caccia del nuovo, dell’originale. Ma come diceva Berenson, “l’originalità è per gli incapaci”. In questo contrasto tra novum e notum, è meglio situarsi in mezzo. Prendere atto che gli antichi, ormai, per noi sono esotici. Perché sono antagonisti alla modernità, che è la moda. E che a parlare solo del presente, si conosce solo (e male) il presente. E che il latino è la madre certa, anzi certissima, dell’italiano. Non si può rifiutare un genitore senza poi smarrirsi. [Non smarrirsi significa] conoscere le parole. È un antidoto importante per il pensiero, soprattutto oggi, che assistiamo a un appiattimento della lingua, in cui si usano mille parole per dire la stessa cosa. E sa cosa succede quando si dimentica il significato delle parole? Si perde di vista la realtà. Non la si conosce più, e si rimane ingannati. Oggi le parole sono state mandate in esilio dai padroni del linguaggio, che non siamo più noi. E non va dimenticato che le rivoluzioni e i colpi di stato si fanno, prima ancora che con le armi, con le parole. Conoscere le parole aiuta a difendersi.

Così come Dionigi, anche Luca Serianni, linguista e storico della lingua, pensa che il latino vada studiato per il suo innegabile carattere fondativo della civiltà occidentale e per il continuo ripullulare dell’immaginario classico nella esperienza delle generazioni moderne”. Ma aggiunge che, per preservarlo, è necessario ripensarne l’insegnamento, ancora oggi troppo schiacciato sulla grammatica:

Ma l’inconveniente principale sta in un soverchiante apparato grammaticalistico fine a sé stesso: non si parte dal testo in quanto tale, come sarebbe necessario, ma si cercano testi che illustrino le regole di volta in volta esposte nella teoria.

La necessità di difenderlo dagli attacchi della contemporaneità, continua Serianni, può essere l’occasione per correggere alcuni vizi della tradizione didattica, affiancando agli scritti classici anche quelli in latino medievale (altro passaggio fondamentale della nostra civilità), prestando maggiore attenzione al lessico (il cui legame con la nostra lingua è tuttora evidente) e spiegando le regole morfologiche e sintattiche a partire dall’analisi del testo.